AFRICA

Ricostruire la pace e la coesione sociale nella lotta alla violenza contro le donne, alla fine della guerra

Sabrina Carbonefoto mia della Mostra1
Costa D’Avorio: La crisi politica nella quale la Costa d’Avorio è caduta dal 2001 ha seriamente aggravato la situazione umanitaria. Secondo uno studio pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) nel 2008, in questo tempo di guerra, la violenza contro le donne è stata aggravata, e ha colpito il 67% di loro. La violenza sessuale è stata usata come arma da guerra, e sia le vittime che i sopravvissuti a una violenza di questo genere hanno affrontato molte sfide quasi insormontabili, tra le quali: a) Il trauma fisico e psicologico, e i relativi materiali medici; b) carenze del sistema giudiziario che ha lasciato impuniti alcuni crimini; c) l’insufficienza delle risorse finanziarie atte a coprire l’elevato costo dei certificati medici, le spese dei psicologi e i farmaci da prescrizione; d) un mancato sistema di sicurezza mirato a proteggere i superstiti, che ha scoraggiato molte vittime a farsi avanti e a chiedere aiuto.
Azioni
Il conflitto in Costa d’Avorio ha registrato un esodo di 17.135 funzionari e di altri dipendenti, sconvolgenti servizi sociali o making off, un assente funzionamento dei servizi statali vitali, lasciando le povere vittime al dì fuori di qualsiasi aiuto. Il progetto ha adottato un approccio globale, concentrandosi su tre aree di azione: L’istituzione dei centri di trattamento di cura integrata, che offrono tutto a partire dalla assistenza medica, psico-sociale, economica, legale e giudiziaria, per aiutare le vittime dei centri a integrarsi completamente. I centri sono situati nelle principali città delle tre regioni (Bouaké, Korhogo, e Dabakala), e con uno staff composto da un team multidisciplinare di specialisti. L’introduzione di progetti di generazione di reddito riguarda i gruppi di donne vittime della violenza basata sul genere che sono ospitate nel loro interno. Il progetto ha incoraggiato le vittime a partecipare con le associazioni e a rompere il loro isolamento o la loro stigmatizzazione, promuovendo la responsabilizzazione finanziaria. La formazione dei partner: Per rafforzare l’efficienza, il progetto ha formato sei organizzazioni non governative (AWECO, Organizzazione Nazionale per il bambino, la donna e l’organizzazione familiare per lo sviluppo delle attività delle donne, riunite, Orizzonte Verde, Organizzazione per i diritti umani e la solidarietà Africa), le quali sono state adeguatamente equipaggiate in modo che possono fermare il fenomeno della violenza basata sul genere, in maniera efficace.
Impatti
Creazione di un sistema di rinvio e di riferimento contro-innovativo, attraverso il quale il paese può, in futuro, prestare maggiore attenzione alla violenza di genere. Creazione di un database di indicatori sull’uguaglianza (accesso all’istruzione, alla occupazione e alla salute, censimento delle violenze). La riabilitazione e la fornitura di attrezzature di ostetricia e ginecologia presso due ospedali regionali, la creazione di quattro centri di trattamento di cura integrate (assistenza sanitaria, consulenza psicologica, assistenza legale), e le attrezzature di riabilitazione e di forniture di 8 centri di assistenza e di 8 centri sanitari per farsi carico della gestione materna e infantile, gli ufficiali di formazione e 300 assistenti sociali che offriranno le cure sociali e sanitarie alle vittime della violenza di genere, come anche 150 poliziotti, 42 agenti giudiziari e 136 leaders comunitari per quanto riguarda l’assistenza giuridica e giudiziaria. Oltre 1,5 milioni di persone sono a conoscenza dei problemi della violenza di genere.
Testimonianze
“Gli uomini che pensavano che avevano il permesso di picchiare le loro mogli per correggerli ora sono meglio informati.
Le donne che pensavano che il loro posto era in casa iniziano a capire che hanno altre opzioni. Sempre più donne ora capiscono che hanno le stesse opportunità, al pari degli uomini”- Local agente AWECO, Moyen Cavally Guiglo. ”Al giorno d’oggi, gli uomini sono impegnati nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili nelle comunità. Il tabù è stato rotto!

Arrestati 7 Membri di Hamas con auto cariche di esplosivo in ​​Cairo


Sabrina Carbone
hamasmorsiSette membri di Hamas sono stati arrestati al Cairo dopo essere stati catturati con le auto cariche di esplosivo che dovevano essere utilizzate in una serie di attentati in Egitto, ha rivelato un alto funzionario dell’Intelligence egiziana per WND . L’ufficiale ha dichiarato che uomini armati di Hamas stavano lavorando in collaborazione con i membri della Fratellanza Musulmana in attesa di una decisione da parte dei leader all’interno del gruppo islamico di ordinare attentati nel corso di una rappresaglia allo scopo di espellere alcuni militari del Presidente Mohamed Morsi dopo diversi giorni di massicce proteste popolari. Le informazioni sono giunte dopo che WND aveva riferito che la Fratellanza stava studiando la formazione di un’ala militare chiamata a compiere attacchi terroristici, informa un alto funzionario della sicurezza egiziana, il quale ha tra l’altro precisato che i membri della Fratellanza musulmana stanno escogitando una strategia per dimettersi formalmente come membri della Fratellanza Musulmana allo scopo di dirigere gli attacchi, destinati anche contro i luoghi turistici egiziani. La proposta dell’ala militare della Fratellanza è stata nominata Al-Gama’a al-Islamiya, un gruppo terroristico fondato dai famosi Fratelli Musulmani egiziani, ha continuato il funzionario. Il gruppo, Al-Gama’a al-Islamiyya, è sospettato di essere coinvolto nell’assassinio del 1981 del Presidente Anwar Sadat, e ha preso di credito in seguito al tentativo di omicidio del 1995 del Presidente egiziano Hosni Mubarak. Hanno condotto decine di attentati terroristici sanguinosi, alcuni dei quali sono stati diretti verso turisti stranieri.

Quasi 100 donne sono state violentate durante le manifestazioni a Piazza Tahrir in Cairo


Sabrina Carbone
download (4)Gli oppositori del Presidente egiziano, Mohamed Morsi, hanno protestato in piazza Tahrir al Cairo, il 2 luglio 2013. Quasi 100 donne sono hanno subito aggressioni sessuali in piazza Tahrir durante i quattro giorni di proteste contro il Presidente egiziano islamista, Mohamed Morsi, ha dichiarato Human Rights Watch Mercoledì, 3 luglio. HRW, ha riferito in una dichiarazione che, “Sono state aggredite sessualmente e in alcuni casi stuprate almeno 91 donne in piazza Tahrir in un clima di impunità”, e ha citato i dati della Amministrazione egiziana Anti-sessuale, che gestisce un numero verde per le vittime che subiscono violenze sessuale. I dati confermano che sono stati 46 gli attacchi contro le donne nei giorni di Domenica, e più precisamente 17 sono stati quelli di Lunedì e 23 quelli di Martedì. Un altro gruppo per i diritti delle donne, Nazra degli Studi femministi, ha riferito che sono stati registrati altri cinque attacchi Venerdì, pubblica HRW. La vigilanza, ha invitato i funzionari egiziani e i leader politici “A condannare e a prendere misure immediate per affrontare i livelli orribili di violenza sessuale” avvenuti nella iconica piazza. ”Gli attacchi sessuali sfrenati durante le proteste di piazza Tahrir evidenziano il fallimento del Governo e di tutti i partiti politici nell’affrontare la violenza alla quale le donne in Egitto su base giornaliera negli spazi pubblici sono soggette”, ha ammonito Joe Stork, Vice direttore per il Medio Oriente di HRW. ”Questi sono crimini gravi che ostacolano le donne a partecipare pienamente alla vita pubblica dell’Egitto portando verso un punto critico lo sviluppo del Paese”. Diverse donne hanno richiesto l’intervento chirurgico dopo gli attacchi, alcune sono state “picchiate con catene di metallo, bastoni e sedie, e sono state aggredite con coltelli”, ha riportato HRW. La risposta del Governo è stata quella di “minimizzare l’entità del problema o per lo meno ha cercato di affrontare la questione da solo”, mentre ciò che è realmente necessario è che gli attaccanti devono essere portati davanti alla giustizia, ha commentato HRW. Alcuni hanno rivelato che gli attacchi sono stati inscenati dai criminali che hanno abusato di un vuoto della sicurezza e sono fiduciosi di sfuggire dalle accuse. Altri invece hanno menzionato che gli assalti sono stati organizzati per spaventare le donne allo scopo di renderle partecipi alle proteste e di macchiare l’immagine delle manifestazioni anti-governative.

Howard G. Foundation Buffett continua a supportare le operazioni del PAM in RDC orientale


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Sabrina Carbone
KINSHASA, Repubblica Democratica del Congo – La fondazione Howard G. Buffett ha donato Lunedì, 20 Maggio, 350.000 dollari per il Programma Alimentare Mondiale (PAM). Questi fondi sono destinati a sostenere una “iniziativa verde” per ridurre il consumo di combustibile legato alle operazioni del PAM e a facilitare la riabilitazione delle infrastrutture aeroportuali per migliorare l’accesso umanitario alle aree remote. Howard G. Buffett, Presidente della fondazione omonima e ambasciatore contro la Fame del PAM, ha accettato di sostenere questi progetti dopo un anno dal suo sesto viaggio nella regione dei Grandi Laghi e alla sua terza visita alla squadra del PAM a Goma. “Siamo sempre impressionati dal grande lavoro svolto dal PAM in RDC orientale per aiutare le persone, soprattutto gli sfollati che decidono di tornare ai loro villaggi e la cui sicurezza alimentare è compromessa dai conflitti” ha informato Buffett. “L’iniziativa verde” consentirà al PAM di ridurre i costi operativi e a riabilitare le piste allo scopo di fornire alla comunità umanitaria, un facile accesso alle aree dove le persone hanno bisogno di assistenza”, ha dichiarato. “La nostra Fondazione è dedita a sviluppare investimenti strategici che sostengono il mantenimento a livello locale di una pace duratura e allo sviluppo umano e economico. Queste donazioni contribuiscono a raggiungere questi obiettivi”. Il contributo della Fondazione è devoluto all’acquisto e alla installazione di pannelli solari e delle lampade nei nuovi uffici e nei magazzini del PAM a Ango, Beni, Dungu, Gemena, Goma, Kalemie, Kindu, Mbandaka e Mbuji Mayi, in modo da ridurre l’uso di carburante per i generatori. La riabilitazione della pista di atterraggio a Lubutu Maniema consentirà l’accesso nella zona aerea, facilitando gli interventi umanitari in questa area che ospita circa 160.000 sfollati, che sono fuggiti dalle guerriglie esplose nelle vicine province del nord e sud Kivu. Attualmente, l’unica soluzione è quella di passare attraverso la strada al prezzo di molte deviazioni, che è una lunga e costosa opzione. Il miglioramento dell’accesso a Lubutu permetterà anche di aiutare a rivitalizzare il business. I fondi rimanenti contribuiranno a riabilitare la pista di atterraggio Dongo Ecuador. I voli a Dongo sono stati sospesi lo scorso febbraio dopo che la pista era stata danneggiata. Questo ha compromesso il rimpatrio di 32.000 rifugiati dal Congo in RDC e altre operazioni umanitarie nella regione. “Howard Buffett è un amico e partner di lunga data di PAM”, afferma Martin Ohlsen, Direttore del PAM in RDC. “Questi contributi sono un aggiunta ad altri doni che lui stesso ha dato al PAM per supportare le operazioni umanitarie nel Paese. Si è reso subito conto durante le sue frequenti visite in che modo questi nuovi progetti possono migliorare il nostro lavoro sul campo”. G Howard Buffett Foundation ha assegnato al WFP dal 2006 oltre 50 milioni di euro. Nella regione dei Grandi Laghi, la Fondazione ha investito attraverso diversi partner, quasi 100 milioni di dollari e ha accettato di pagare 50 milioni in più nei prossimi due anni per i programmi nella RDC orientale.

Aids- L’Africa sub-sahariana è la prima vittima del virus

Sabrina Carbone
100kb30 anni dopo la scoperta dell’AIDS, il virus è ancora una delle principali cause di morte in Africa. Anche se un vaccino non è stato ancora sviluppato, i ricercatori sperano di sradicare la malattia.
Il 20 maggio del 1983, la rivista Science aveva pubblicato i risultati di uno studio condotto da un team di ricercatori francesi guidati dal professor Luc Montagnier, e rivelava l’esistenza di un virus fino ad allora sconosciuto e sospetto di essere il responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Questo virus era stato isolato su un paziente HIV-positivo e chiamato Lav (virus linfoadenopatia-associato) in riferimento al rigonfiamento dei linfonodi che sono il presagio della malattia. L’anno seguente, la squadra degli Stati Uniti del professor Robert Gallo aveva confermato il ruolo criminale di questo agente.En 30 ans, trente millions de personnes sont décédées du virus du sida.
A quel tempo, la scoperta del virus aveva  reso i ricercatori molto ottimistici sulla evoluzione dei vaccini pandemici e sui trattamenti seguiti rapidamente. Ma il caso dell’AIDS era molto più complesso del previsto. Molto resistente alle difese del corpo, attacca le cellule, i giocatori chiave nel sistema immunitario. Nel 1996 sono stati implementati dei trattamenti terapeutici di tipo retrovirale triplo. Questo è stato un grande sviluppo perché hanno potuto arrestare la progressione della malattia. Ma nonostante ciò ancora non è possibile guarire da questa malattia e il numero di morti di AIDS continua a salire. Essere siero positivi nel tra il 1980 e il 1990 era un tabù. I pazienti erano spesso associati a pareri di omosessualità o di tossicodipendenza, perché è in questi gruppi che è stata scoperta la prima diffusione del virus. In realtà, viene contratta tramite attività sessuali, senza distinzione, di sangue o di gravidanza.
30 milioni di morti
Il numero delle persone infette progrediscono di anno in anno. Ecco perché, nel 2002, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha riconosciuto l’epidemia dell’AIDS come una pandemia globale. In totale, 30 anni dopo la scoperta dell’Aids, 30 milioni di persone sono morte. Secondo la missione delle Nazioni Unite (UNAIDS), circa 34 milioni di persone sono infette nel mondo di oggi e ogni anno circa 3 milioni di nuovi casi vengono diagnosticati.
Oltre il 90% dei bambini affetti da HIV vive dal 2011 in Africa.
I continenti non sono uguali di fronte alla malattia. 25 milioni di persone dei 34 milioni di persone infette dall’HIV vivono in Africa. L’Africa sub-sahariana è la regione più colpita. Oltre il 90% dei bambini sono stati infetti dall’HIV nel 2011 e vivono in questa zona. In alcuni paesi – come il Botswana – più di un terzo della popolazione è infetta. Almeno 10 persone sono sieropositive in ​​Sudafrica. Estremamente elevati i livelli di contaminazione possono essere spiegati da diversi fattori: La mancanza di informazioni, le infrastrutture, la mancanza di medicine o i prezzi troppo costosi, le pratiche di rischio tradizionali …
Presto un vaccino?
Tuttavia, gli ultimi dati mostrano ottimismo. Secondo un rapporto UNAIDS, la mortalità per AIDS è fortemente diminuita negli ultimi anni nell’Africa sub-sahariana. Il numero dei morti è passato da 1,8 milioni nel 2005 a 1,2 milioni nel 2011, con un calo di quasi il 30% in sei anni. Il numero di nuove infezioni è in calo: – 25% in dieci anni. Per UNAIDS, questa è la prova che l’Africa sub-sahariana è riuscita a frenare l’epidemia. La speranza di fermare la diffusione di questa malattia rimane il vaccino. A Marsiglia, i test hanno dato risultati interessanti sulle cavie e hanno avuto un debutto sull’uomo. 48 pazienti volontari HIV-positivi saranno sottoposti a questi nuovi trattamenti. I risultati saranno annunciati nel 2015. Altri punti salienti lanciano delle speranze ai ricercatori. Recentemente, un bambino è stato “guarito”, ricevendo antiretrovirali meno di 30 ore dopo la nascita. Un’altra pista seguita: I “controllori naturali”. L’organizzazione di alcuni HIV riesce ad autoregolarsi senza prendere il trattamento antivirale (- 1% dei casi). La comunità scientifica non dispera nello sradicare l’AIDS nel rintracciare le persone prima e più velocemente per affrontare presto il progresso della malattia. Loro pensano che la remissione persistente di lunga durata sarà realizzabile nel prossimo futuro.

Angola: Oltre 2.000 nuovi casi di tubercolosi registrati a Huambo

100kbHuambo (Angola) – Duemila 607 sono i nuovi casi di tubercolosi che sono stati registrati da gennaio a marzo, nel sanatorio di Huambo (centro) contro i 281 casi registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Il capo del settore ospedaliero del nosocomio, Jerónimo Luís Paulo, tuttavia, ha lamentato la morte di 33 pazienti. ”La maggior parte dei casi diagnosticati sono stati individuati nel dispensario antitubercolosi”,  ha riferito, aggiungendo che 248 persone con la stessa malattia sono ancora internati.

Somalia, la carestia ha ucciso 260.000 tra ottobre 2010 e aprile 2012, secondo l’OCHA

100kbTra ottobre 2010 e aprile 2012, circa 260.000 persone sono morte in Somalia a causa della fame e della insicurezza alimentare, la metà delle quali erano bambini di età inferiore ai cinque anni, ha reso noto l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA). ”La grandezza di queste cifre è davvero preoccupante”, ha precisato il coordinatore umanitario per questo paese, Philippe Lazzarini. ”Il primo studio scientifico sulla mortalità eccessiva durante la crisi somala conferma che dobbiamo fare di più” ha aggiunto. I segnali di pericolo che sono sorti dalla siccità nel 2010 dimostrano che a monte non sono sono state condotte delle azioni sufficienti. Nelle zone più colpite, l’accesso dei bisognosi è stato estremamente difficile. ”La sofferenza ha avuto luogo come un dramma senza testimoni”,  ha riassunto Lazzarini. Una volta dichiarata la carestia, una massiccia mobilitazione della comunità umanitaria ha contribuito a mitigare gli effetti peggiori della crisi, ha spiegato il coordinatore, il quale ha informato che è stato possibile raggiungere aree prima inaccessibili attraverso i programmi dei partenariati locali innovativi e attraverso il rafforzamento. ”Stiamo lavorando con i nostri partner per cambiare il modo di fare business. Con 2,7 milioni di persone che hanno ancora bisogno di assistenza, ma anche un supporto fondamentale per trovare il modo di soddisfare le loro esigenze, stiamo raddoppiando i nostri sforzi per investire nel popolo somalo e rompere il ciclo di crisi e di risposta. Siamo alla ricerca di metodi per costruire ponti tra le attività umanitarie e quelle di sviluppo fondamentale per garantire la resistenza delle persone e delle comunità”.  ”Il nostro obiettivo è quello di garantire alla Somalia il cibo”.Font:http://fr.allafrica.com/stories/201305030315.html

Africa- Il contributo delle foreste per la sicurezza alimentare e la nutrizione merita più attenzione


Sabrina Carbone
La Conferenza sulle foreste chiama a garantire il regime fondiario ai piccoli agricoltori. I Governi, la società civile e il settore privato devono garantire e migliorare il contributo alle foreste, ai sistemi forestali e agroforestali per la sicurezza alimentare e nutrizionale: Questo è ciò che i partecipanti hanno riferito ieri alla Prima Conferenza sulle foreste per la sicurezza alimentare e la nutrizione, organizzata dalla FAO dal 13 al 15 MAGGIO. Le foreste aiutano a vivere milioni di persone nel mondo, sia direttamente mediante il consumo e la vendita di alimenti che vengono raccolti, e sia indirettamente attraverso l'occupazione e il reddito relativo alle foreste, agli ecosistemi forestali e alla biodiversità forestale. Gli alimenti forestali, come le foglie, i semi, le noci, il miele, la frutta, i funghi, gli insetti e altri animali della foresta sono stati parte integrante della dieta rurale per millenni. E' stato stimato che il numero di persone che utilizzano la legna da ardere come anche il carboncino, per cucinare il loro cibo, ammonta a 2,6 miliardi di euro.
Incentivi per i piccoli produttori forestali
I partecipanti alla conferenza hanno convenuto che i piccoli produttori forestali devono essere incoraggiati ad aumentare il loro coinvolgimento in agroforesterie, nella alboricultura, nella lavorazione del legno e nella fornitura di servizi ecosistemici. Font:http://fr.allafrica.com/stories/201305170045.html

Tunisia - Dieci feriti negli scontri tra la polizia e i salafiti a Tunisi
Sabrina Carbone
Domenica, 19 maggio, gli scontri tra la polizia e i salafiti nella periferia occidentale di Tunisi, hanno riportato una decina di feriti dopo il divieto del Congresso del movimento jihadista salafita, Ansar al-Sharia, nella città di Kairouan. Non essendo riuscito a tenere il suo congresso a Kairouan (a 150 km da Tunisi), chiusa da un dispositivo di sicurezza imponente, Ansar al-Sharia in mattinata ha invitato i suoi sostenitori a raccogliersi a Ettadhamen City, roccaforte salafita a 15 km a ovest dalla capitale, già utilizzata per scontri meno gravi la scorsa settimana. A mezzogiorno, gli scontri sono scoppiati nella zona dove centinaia di salafiti avevano creato barricate con copertoni in fiamme. La polizia ha risposto con colpi di avvertimento e gas lacrimogeni e hanno schierato i bulldozer blindati per disperdere gli attivisti e distruggere le barricate. I salafiti si sono ritirati nel vicino quartiere, Intilaka, dove gli scontri sono continuati verso le 16:00 (1500 GMT). La Polizia è stata assalita da lanci di pietre e bottiglie molotov. "Durante le proteste, undici uomini del personale di sicurezza sono rimasti feriti, compreso tre manifestanti, tra i quali uno è rimasto gravemente ferito", il Ministero dell'Interno, ha riferito che sono "oltre 700, gli estremisti islamici" dotati di "miscele incendiarie, proiettili e coltelli". Il Dicastero non ha rilasciato nessuna informativa sulle numero di persone lese e sul numero di manifestanti arrestati. A Kairouan, la calma è tornata alle 16:00 ora locale e l'apparato di sicurezza nel centro del villaggio è stato alleggerito. Il piazzale della moschea, dove la conferenza doveva essere tenuta in principio, era quasi deserto. In tarda mattinata, altri scontri sono stati realizzati da un piccolo gruppo di salafiti che sono insorti contro la polizia. Nel primo pomeriggio, i manifestanti, prevalentemente giovani non sembravano appartenere al movimento islamista radicale. "Crediamo che la nostra conferenza è stata tenuta a Ettadhamen", ha riferito alla AFP, Essid Sami, un rappresentante del movimento.
Arresti
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Nei giorni scorsi, i media AFP e i tunisini sono stati testimoni degli arresti di attivisti salafiti in tutto il paese. Le autorità non hanno ancora dato alcuna informazione ufficiale a riguardo. Il portavoce di Ansar al-Sharia, Seifeddine Rais, è stato arrestato, assicura una fonte certa. Il Governo tunisino guidato dal partito islamista Ennahdha, che ha riconosciuto all'inizio di maggio la presenza di gruppi armati di al-Qaeda nel suo territorio, ha vietato la riunione di Ansar Ashariaa dal momento che poteva essere una "minaccia alla sicurezza" per il paese. Al-Qaeda nel Maghreb islamico ha anche espresso il suo sostegno Sabato sera a Ansar al-Sharia, chiamando gli attivisti tunisini a non cedere alle provocazioni da parte delle autorità. "Non lasciatevi provocare dal regime e dalle sue barbarie a commettere atti sconsiderati che possono influenzare il sostegno popolare che abbiamo ottenuto", ha avvisato Abu Yahia al-Shanqiti, membro del comitato di AQIM Al-Sharia. "Siate uomini di saggezza e di pazienza", ha aggiunto. Ennahdha è stato a lungo accusato di lassismo per aver tollerato le fazioni jihadiste. Tuttavia, ha in modo considerevole indurito la sua posizione dopo che 16 soldati e poliziotti sono rimasti feriti tra la fine di aprile e i primi di maggio dalle mine poste dai gruppi armati monitorati fino al confine con l'Algeria. Ansar Ashariaa accusa il suo Ennahdha di condurre una politica anti-islamica e ha minacciato il Governo con una "guerra". In seguito alla rivoluzione del 2011, la Tunisia ha visto una proliferazione di violenza orchestrata dal movimento salafita, e il paese è stato anche destabilizzato da una profonda crisi politica e lo sviluppo di conflitti sociali hanno alimentato la povertà. Il leader di Ansar al-Sharia, Saif Allah Bin Hussein ha precisato che Abu Iyadh è un veterano dell'Afghanistan e che ha combattuto con Al-Qaeda. E' in fuga in seguito all'attacco contro l'ambasciata degli Stati Uniti, e le autorità considerano che sia l'organizzatore della manifestazione, che è degenerata in scontri (quattro morti tra gli attaccanti). Font: http://www.jeuneafrique.com/Article/DEPAFP20130519155319/tunisie-ennahdha-salafisme-rachad-ghannouchitunisie-une-quinzaine-de-blesses-lors-de-heurts-entre-salafistes-et-policiers-a-tunis.html

Sabrina Carbone: La sfida di essere una donna Maasai
















100kbLa tribù Masai del Kenya e della Tanzania è stata a lungo una lanterna della cultura tradizionale per molti africani, e per gli occidentali in safari attraverso Masai, Mara, Samburu e Amboseli, sono diventati volto familiare.
A parte la familiarità e i viaggi, questa tribù affronta molti ostacoli lungo lo stesso percorso di sviluppo di una qualsiasi altra comunità emarginata dal mondo. Kikanae William, Direttore della comunità del suo villaggio Maasai nel Maasai Mara, ha recentemente parlato con l’IPS a New York in occasione del lancio di Pikolinos, un marchio di calzature spagnolo, una iniziativa volta a fornire opportunità economiche per le donne delle tribù locali. “In primo luogo, io personalmente ho saputo che le donne sono la parte più importante della famiglia”, ha precisato all’IPS Kikanae. “(Ma) per i Masai, le donne non sono importanti, non hanno il potere degli uomini”. Come direttore della Associazione per lo sviluppo, per il commercio alternativo e per il microcredito (ADCAM) in Kenya , Kikanae lavora con i marchi all’estero come Pikolinos per sviluppare progetti che aiutano le donne della sua comunità a guadagnare denaro. Attraverso il progetto Maasai, le donne locali ricamano sandali che vengono poi inviati in Spagna per essere rifiniti e venduti in tutto il mondo, con benefici maturati in progetti di sviluppo comunitario quali le scuole, i centri di salute e le abitazioni. “Prima, gli uomini della mia comunità pensavano che stavo sostenendo le donne per avere più potere di loro”, ha osservato Kikanae riferendosi al progetto Maasai. “Non andiamo contro nessuno, ora posso dire che anche i nostri politici sono orgogliosi di questo progetto”, ha aggiunto Kikanae.
Gli Intermediari
Secondo una donna medico e funzionario del Governo, della tribù Maasai, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato, sostenere le donne e spingerle in prima linea verso lo sviluppo è un modo significativo per ottenere un cambiamento nel Maasai. “Le donne non possono possedere bestiame che loro stesse controllano, ma se sono istruite, queste cose cambieranno. Tuttavia, non tutto è perduto per coloro che non vanno a scuola. Se loro sono autorizzate dai loro uomini al commercio del latte, agli oggetti d’arte, possono generare reddito per le loro famiglie”, ha informato l’IPS il responsabile keniano. Le comunità povere sono ancora sfruttate e disinformate per quanto riguarda gli aiuti, e quando una tribù come Maasai collabora con una organizzazione all’estero, appare come un naturale scetticismo. “Penso che il problema qui sono gli intermediari. Questi sono ragazzi che devono collegare la comunità con ‘chi porta aiuto’. Queste persone hanno la possibilità di sfruttare la comunità per raggiungere le proprie ambizioni, e con una piccola parte di aiuto possono raggiungere i beneficiari”, ha asserito il funzionario all’IPS. “Dal momento che l’educazione è stata ritardata, le poche persone istruite hanno sfruttato l’ignoranza della maggioranza per il proprio beneficio. In una parola, gli abitanti ordinari non sono in grado di distinguerlo.
“I compiti alla luce del fuoco”
Le donne Maasai sono solo un diniego quando si tratta di accedere all’istruzione. Capiscono che ci sono persone più istruite nella loro comunità, ma non che saranno vittime dello sfruttamento. Ma le vecchie abitudini persistono. In molti villaggi africani, è ben noto che quando una ragazza è inutile alla sua famiglia o meglio non è disposta a sposare un giovane, è restia a svolgere i compiti e le faccende di casa, o ad andare a scavare nel giardino, allora viene mandata a scuola per studiare. Ciò ha causato una divisione e ha mantenuto inaccessibile l’istruzione a coloro che la desiderano. Una questione di tradizione contro la modernizzazione è ancora visibile oggi. Inoltre, la mancanza di bisogni di base in casa come l’elettricità o il trasporto alla scuola ostacola notevolmente le prestazioni di uno studente nelle aree rurali. Il funzionario ha rivelato all’IPS: “Immaginate (da studenti) di fare i compiti alla luce del fuoco o percorrere lunghe distanze per andare e tornare da scuola”.
Lasciate le donne amministrare
Dal punto di vista di un estraneo, può sembrare che le donne Maasai non hanno fortuna, dal momento che la mancanza di servizi sanitari, in particolare sulla salute materna, porta molte donne a morire durante il parto, fino alla diffusione dell’HIV / AIDS, un argomento che alla maggior parte provoca disagio. “Gli uomini vendono le mucche o lavorano nelle città, hanno rapporti con l’ambiente urbano e portano il virus a casa”, ha continuato il manager. “Le donne non hanno mai sentito parlare di preservativi o di sesso sicuro”. Come in altre società di tutto il mondo, la diffusione dell’HIV / AIDS è direttamente correlata alla formazione, e quando i bambini non ricevono informazioni sulla salute sessuale, il ciclo perpetuo di malattia continua.
Oltre a queste preoccupazioni, c’è il crescente problema dello spostamento.
“Grandi aree di Maasialand sono venduti dagli uomini, a volte all’insaputa delle loro mogli. Succede a Kitengela, Namanga sul confine. Queste terre sono acquistate da altre comunità e presto, i Maasai saranno estremamente difficili da raggiungere in aree remote. Le leadership attuali sono troppo miopi per vedere questa catastrofe disegnata”, ha detto il manager. Alla domanda su ciò che serve per facilitare lo sviluppo nel Maasai, il funzionario ha risposto: “Abbiamo bisogno di una forte leadership per guidare questo processo in modo che non ci sia più lo sfruttamento. “Con l’istruzione e una buona leadership, le barriere volte alle Tribù sono lentamente affrontate. Una ad una, le donne Maasai sono più propense a rivalutare le esigenze delle loro intere famiglie e della comunità circostante, mentre si lavora insieme con le organizzazioni locali e internazionali per raggiungere un cambiamento misurabile, ha concluso.

Youssouf, un bambino soldato di 13 anni  di Maurice Garbiro *
Tradotto Sabrina Carbone
Bangui, 6 aprile (IPS) - Yusuf è un bambino soldato di 13 anni il vaso di Pandora dove sono stati concentrati tutti i mali che hanno afflitto la Repubblica Centrafricana (CAR), negli ultimi anni. Il 24 marzo del 2013, con le armi in mano tra le fila della coalizione ribelle Seleka ha preso Bangui la capitale.
"Ieri, ero abbastanza grande per andare in guerra e uccidere. E oggi, mi è stato chiesto di aspettare 18 anni per arruolarmi come miltare". All'ombra di un campo militare di Bangui è stato tenuto in segreto con altri tre bambini soldato, Youssouf è furioso. Si sente tradito dai ribelli di Seleka che, il 24 marzo, hanno marciato verso la capitale per essere in grado di mandare al potere il loro leader, Michel Djotodia. Questi stessi miliziani hanno oggi acquistato una credibilità internazionale, e sanno che la presenza dei bambini soldato nelle loro fila è una onta. Soprattutto da quando l'esercito sudafricano, difendendo il palazzo presidenziale allora occupato dal deposto Presidente François Bozizé, sono rimasti traumatizzati quando hanno scoperto che i ribelli che hanno combattuto e ucciso erano per la maggior parte "bambini". Per nasconderli la Seleka ha collocato molti di loro in famiglie originarie del nord e centro Africa, (CAR), dove arrivavano la maggior parte dei ribelli, come Youssouf. Ma Youssuf è rimasto nel campo. E' stato il Presidente Djotodia in persona che li ha depositati qui, dopo aver preso Bangui, dopo aver installato un checkpoint di sicurezza a Seleka. "Io voglio essere un soldato, io non posso fare altro che la guerra ", ha asserito, con il suo berretto militare ben messo è quasi rosso come i suoi occhi. "Colpa del tabacco bianco", dice. Questa è la sua "droga", una miscela di polveri di marijuana e farina di manioca. "Con questo, non ci si tira indietro, e non hai paura di niente."
Rapiti dal LRA
La vita di Youssouf è un concentrato di mali che affliggono la RCA da molti anni. Il suo destino è stato scosso per la prima volta nel mese di aprile del 2011. "Per diversi giorni, la Resistenza dell'Armata ugandese (LRA) ha rapito le persone e saccheggiato i dintorni di Birao dove ho vissuto. Nonostante il pericolo, racconta, ho accompagnato mia madre al campo. Ma quelli del LRA ci hanno trovato. L'hanno violentata davanti a me prima di fucilarla" La banda armata poi ha costretto il ragazzo a seguirli per portare i sacchetti delle munizioni. Prima di trasformarlo in una macchina per uccidere. "Mi hanno insegnato a gestire le armi come i kalashnikov, i lanciarazzi RPG. Sono diventato un uomo con loro". Molto presto, Youssuf e altri bambini soldato, che costituiscono il 90% dei ranghi del LRA vengono affidati a Joseph Kony, il leader della milizia, ricercato dalla Corte penale internazionale ( ICC). "La prima volta che l'ho visto è stato ad agosto del 2011,vicino Zémio (CAR al confine sud-orientale con la Repubblica Democratica del Congo). Lui è molto alto, ha la barba e indossa sempre un cappello. Ha riferito con durezza. L'ho visto poco dopo, l'attacco a Djema, una località vicina. Kony ha schierato sette abitanti del villaggio, e a noi, bambini, ha chiesto di ucciderli. Ho urlato «Sì, leader" e ho sparato a due persone. In questo modo sono rimasto in vita. Il corpo snello di Youssuf è scosso dai singhiozzi. "LRA uccide i bambini che sono malati, perchè troppo lenti. Una sera, sono scappato", ha aggiunto, "dopo tre giorni di cammino, sono stato ricondotto a Rafaï dalle truppe americane lanciate all'inseguimento di Kony a maggio del 2012". Youssouf è poi stato sostenuto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) a Birao e rimpatriato attraverso un programma di riunificazione dei bambini soldato con le loro famiglie. Ma in quella zona, Youssouf non ha più nessuno.
"La guerra è guerra"
Djotodia: Tornato dall'esilio in Benin, l'ex capo diplomatico Centrafricano ha ripreso il comando dell'Unione delle forze democratiche per l'Unità (UFDR), uno dei principali movimenti ribelli che hanno composto il futuro Seleka. "Volevo essere coinvolto con loro. Ma Djotodia mi ha spiegato che non voleva bambini soldato. Mi ha chiesto di seguirli per fare il bucato e preparare i pasti", racconta Youssuf. Tuttavia, una volta che l'attacco di dicembre 2012 era iniziato nella città di Ndélé, a poche centinaia di chilometri più a sud, le buone intenzioni dei leader erano state dimenticate. "Quando il colonnello mi ha detto di salire sulla vettura numero sei, sapevo che dovevo andare a combattere: Le auto numerate da uno a dieci sono state utilizzate per gli attacchi. L'ufficiale mi ha dato una pistola e ha comunicato: 'Sii un uomo'. "Ho continuato il viaggio verso Bangui su questa macchina, usando il mio Kalashnikov, di città in città. Quante persone ho ucciso? Non lo so. La guerra è guerra, tutto qui. Io da tanto tempo non sono più un bambino. La mia unica speranza ora è quella di essere finalmente formato come un vero militare ", ha concluso Youssuf. * Con il contributo di Sandra Titi-Fontaine a Ginevra / InfoSud. * (Mauritius Garbiro è un giornalista e ha scritto per RCA ' InfoSud ', un'agenzia di stampa svizzera con sede a Ginevra. L'articolo è stato pubblicato nell'ambito di un accordo di cooperazione tra InfoSud e IPS).Font: http://www.ipsinternational.org/fr/_note.asp?idnews=7512

Tre Sud-Africani su dieci hanno meno di 15 anni
Sabrina Carbone
Il Sud Africa conta quasi 53 milioni di abitanti, di cui quasi il 80% sono neri e quasi il 30% ha meno di 15, secondo i dati diffusi dalla Agenzia di statistica pubblica. Il censimento, inoltre, ha rivelato che un abitante su dieci è sieropositivo. Il Sud Africa ora comprende un milione in più di abitanti rispetto al censimento generale del 2011. Quasi 53 milioni di persone, per la prima economia africana, ed è una popolazione piuttosto giovane: quasi tre su dieci sudafricani sono sotto i 15 anni, ma rispetto alla loro età sono vecchi di un anno secondo le aspettative di vita. In media, gli uomini vivono a fino a quasi 58 anni mentre e le donne superano i 61 anni. Ma uno su dieci è infetto.Une école à Mwezeni, en Afrique du Sud, pays où trois habitants sur dix ont moins de 15 ans.
La percentuale dei bianchi diminuisce
Le statistiche continuano a classificare i sudafricani in base al loro colore della pelle, ed è oramai certo che otto su dieci persone in Sud Africa sono neri, una cifra in leggera progressione. La popolazione Indiana e quella meticcia hanno avuto un leggero aumento. Per quanto riguarda i bianchi, questi rappresentano oramai il 8,7% della popolazione, e sono meno di uno su dieci, una cifra leggermente in ribasso. Ma è l'afflusso degli immigrati nel paese che permette alla popolazione di crescere di dimensione. Le Statistiche dell'Agenzia Pubblica evidenziano inoltre che il paese accoglierà quasi un milione di immigrati provenienti da altri paesi africani entro il 2015.

Malì – Perché gli islamisti hanno saccheggiato Timbuktu?


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Sabrina Carbone
Timbuktu, la città storica, è stata investita dal gruppo islamista Ansar Dine nel mese di aprile del 2012, ed è stata sfigurata. Perché questo attacco contro la città che era un grande centro intellettuale dell’Islam? In realtà hanno attaccato il simbolo di un altro Islam.
Perla del Deserto
Timbuktu è uno di quei luoghi mitici della fragranza misteriosa.
Soprannominata “La città dei 333 santi” o la “Perla del deserto”, Timbuktu è nella parte superiore del fiume Niger, a 900 km a nord est di Bamako, capitale del Malì. La popolazione è composta da quasi 30.000 abitanti. La città è un patrimonio dell’umanità dell’UNESCO dal 1988. La sua “scoperta” fatta da René Caillié nel 1828, aveva causato scalpore all’epoca. L’esploratore francese era stato considerato il primo occidentale ad essere arrivato nella Città Proibita ai cristiani.
Patrimonio Mondiale
Timbuktu è stato un grande centro intellettuale dell’islam e ha contribuito alla sua diffusione in Africa nei secoli XV e XVI. Era, al tempo, una città fiorente per un massimo di 25.000 studenti nelle sue 180 scuole coraniche. Testimoni di questo periodo d’oro, le tre grandi moschee che sono particolarmente degni di nota: Djingareyber, costruita nel 1325, Sankore e Sidi Yahia. In aggiunta a queste moschee, il luogo elencato dall’UNESCO comprende 16 cimiteri e i mausolei. Essi sono, secondo la credenza popolare, un baluardo spirituale che protegge la città dal male. Le tombe dei santi sono oggetto di venerazione. La popolazione del deserto sollecita gli antichi a garantire loro un matrimonio felice, e a portare la pioggia. Timbuktu è anche famosa per le sue decine di migliaia di manoscritti, alcuni risalenti al XII secolo. Essi sono, in parte, tenuti come tesori dalle famiglie locali.
Il saccheggio di Ansar DineEn juillet dernier, les Islamistes ont détruit les mausolées et les mosquées de Tombouctou;
Il 2 aprile del 2012, l’ultima città del nord ancora sotto il controllo del Governo è passata sotto il controllo del gruppo islamico Ansar Dine. Il 30 Giugno del 2012, il gruppo islamista Ansar Dine ha iniziato a distruggere i luoghi santi musulmani. Le costruzioni erano fatte di terra, molto fragile, e a colpi di scalpello e martello, hanno sventrato le tombe, l’architettura e hanno saccheggiato sette mausolei e anche strappato la porta di una moschea del XV secolo.
“In nome della purezza” dell’Islam
Ufficialmente, è una rappresaglia alla decisione dell’UNESCO di classificare la città patrimonio mondiale in pericolo. Ma per i sostenitori di una versione estrema dello sharia, è anche una lotta contro l’idolatria. Il culto dei santi che è stato assimilato, secondo loro, è una questione di superstizione. Per i fondamentalisti, “Venerare un santo significa portare attenzione a Dio”. Questi fondamentalisti sostengono la distruzione in nome della purezza delle origini dell’Islam. Questa iconoclastia (la distruzione deliberata dei simboli religiosi o la distruzione delle rappresentazioni) è basata su un capitolo del Corano che chiede ai fedeli di prendere le statue: “O voi che credete! Il vino, il gioco d’azzardo e gli idoli e le frecce divinatorie sono un abominio e un opera del diavolo. Evitateli”. Questo Islam “puro e duro” può essere attaccato al comune salafita. Una dottrina che vede il futuro dell’umanità in un ritorno ai valori del passato. Impone di modellare la vita su quella del Salaf o “antenati giusti”. Questa tendenza è in contrasto con il sufismo, una corrente di pensiero, che mira a costruire un futuro basato su ciò che gli antenati avevano costruito. Nella stessa ottica, i salafiti si oppongono a tutti i simboli della vita moderna, considerata contraria all’Islam puro. Questo è ciò che giustifica, per esempio, l’uso del velo da parte delle donne, il divieto di fumo, radio, televisione, e ogni animazione.




Burundi - Le donne portano una soluzione al problema della gestione dei rifiuti

Sabrina Carbone


Originaria di Cibitoke nel nord-est del Burundi, Peruth Ndayiramye ogni mattina va in cerca di cibo e di acqua per la sua famiglia e guida le sue capre al pascolo. "Dopo che mi sono lavata, affido i lavori ai miei figli e io vado a lavorare", spiega Peruth, membro di un gruppo di 60 veterani, di rimpatriati e di altre persone vulnerabili. Peruth è stata integrata in un nuovo progetto di gestione dei rifiuti, che mira a garantire la raccolta della spazzatura in città. Con il supporto di UNDP, il progetto prevede la raccolta, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti ogni giorno. "Questo progetto è un insieme di partenariati pubblico-privati ​​che fanno parte delle iniziative del progetto per l'empowerment delle donne Cibitoke, la maggior parte delle quali vivono una situazione di vulnerabilità", ha riferito Jean Bukware, Coordinatore Regionale dell'UNDP in Burundi. Finanziato dal Bureau di UNDP per la prevenzione alla crisi e a favore del recupero, il progetto pilota è sotto la supervisione della Associazione per lo sviluppo integrato del Burundi (ADIB). "Abbiamo identificato i beneficiari, in stretta collaborazione con le autorità locali", commenta Bayavuge Jovite, rappresentante del progetto. Le donne raccolgono spazzatura in sacchetti forniti da ADIB. Conservati in posizioni specifiche in ogni quartiere, i rifiuti vengono poi trasportati in una discarica fuori città. Durante l'ordinamento, la materia organica viene separata dagli scarti di plastica e trasformata in composti. Nel 2012, quattro progetti pilota sono stati avviati nel Cibitoke e a Bubanza. Questi piani mirano in particolare a integraare le donne, che costituiscono il 80% dei partecipanti. La metà di loro sono vedove. "Alcune donne non hanno alcuna fonte di reddito", spiega Jacqueline Ndikumana beneficiario del progetto. "Con i soldi ricavati dal progetto, ora possiamo iniziare i programmi destinati al settore agricolo, al commercio e a rispondere ad altre esigenze". Ruben Tubirabe, consigliere economico della provincia di Cibitoke, ha reso noto i cambiamenti sono visibili: "L'associazione ha fatto la raccolta di tutta la spazzatura che è rimasta ammucchiata per mesi nel mercato di Cibitoke" ha aggiunto, i contributi per la casa (US $ 0.50 al mese) e la vendita di composti provenienti dal materiale organico raccolto saranno alla fine le due principali fonti di entrate del progetto. "Personalmente, io faccio una vita migliore", osserva Peruth. "Sono gradualmente uscita dalla povertà. Ho comprato alcuni strumenti di uso domestico, che sono molto utili per la mia famiglia". Se il successo è confermato, il progetto potrà essere esteso ad altre parti del Burundi. Font: http://www.undp.org/content/undp/fr/home/ourwork/crisispreventionandrecovery/successstories/women-bring-solutions-to-waste-management-in-burundi-.html#.UYtMsEGYOgo.facebook


Africa sub-sahariana, una zona pericolosa per i neonati

"La situazione delle madri nel mondo", è il titolo del rapporto della ONG Save the Children rilasciato  Martedì, 7 maggio.  In questo lavoro, l'Africa sub-sahariana  è definita come la più pericolosa per i neonati. E il  Senegal occupa il 216° posto allineato dietro Capo Verde. Il primo posto è occupato dai paesi europei come la Finlandia e la Svezia.
L'organizzazione non governativa (ONG), Save the Children ha rilasciato, il 7 maggio, il suo rapporto annuale a Dakar, dal titolo "La situazione delle madri nel mondo," questo studio è stato effettuato su 176 paesi in tutto il mondo. Il direttore regionale della Ong, Natasha Quist, informa che "Lo scopo dello studio è quello di valutare il benessere delle madri e dei bambini nel mondo." L'Africa sub-sahariana è all'ultimo posto in questa pubblicazione. E' in questa parte del continente africano che vengono registrati i più alti tassi di decessi dei neonati, secondo il rapporto presentato alla riunione. I dieci paesi che sono in fondo alla scala di questo studio fanno parte tutti del ​​continente sudafricano. Questi paesi sono considerati nel rapporto i più pericolosi per i neonati.Il tasso di mortalità dei neonati è maggiore rispetto al resto del mondo. Questi Stati sono rispettivamente al 167 ° e al 176° posto, e  sono precisamente: la Costa d'Avorio, il Ciad, la Nigeria, il Gambia, la Repubblica Centrafricana, il Niger, il Mali, Sierra Leone, la Somalia e la Repubblica Democratica del Congo che chiude il gruppo al 176° posto. Secondo l'opinione del Direttore Regionale Save the Children, "1 donna su 30 muore per cause legate alla gravidanza e 1 bambino su 7 muore  in media prima dei 5 anni in questi dieci paesi".  Il Senegal è stato classificato al 126°  posto, alle spalle di Capo Verde (81°) e le Isole Mauritius (62°).                  00240804-e5e2f47b16e419522fe5e86a11d53543-arc614x376-w290-us1
Cause di elevata mortalità neonatale
In questi casi, la causa di questo "baby crash" nei suddetti paesi, secondo  Christophe Hodder, responsabile sanitario regionale, dell'Africa occidentale e centrale e Save the Children tra le altre cose, dipende dalla salute materna, dal matrimonio precoce, dai bassi tassi di uso di contraccettivi e dalla malasanità che sono in molti di questi paesi un fattore esplicativo in questa situazione. Rimanendo sullo stesso tema, il suo collega Roland Kone responsabile del programma punta il dito, sui conflitti ciclici che affrontano la maggior parte dei paesi africani dove il tasso di mortalità infantile rimane alto. Secondo lui, "In paesi come la Repubblica Democratica del Congo, i molti conflitti armati e i ripetuti colpi di Stato osservati negli ultimi anni in questo paese rendono quasi impossibile lo sviluppo delle infrastrutture sanitarie."
Consigli per ridurre i deficit entro il 2015
L'ONG Save the Children ha anche fatto una serie di raccomandazioni in questa pubblicazione. E Natasha Quist cita: "Chiediamo ai leader di investire in soluzioni a basso costo in grado di ridurre significativamente la mortalità infantile". La buona salute, l'allattamento al seno esclusivo, il contatto pelle a pelle sono tra le alternative che il direttore regionale ritiene possono essere una soluzione economica per invertire questa tendenza. L'altro mezzo di controllo suggerito da questo rapporto è il rafforzamento dei sistemi sanitari di qualità, che Natasha Quist considera un lusso per molti di questi paesi. E' significativo che i primi dieci paesi nei quali c'è il più basso tasso di mortalità infantile sono tutti nell'emisfero settentrionale, e la Finlandia e la Svezia sono in testa alla classifica. Source: http://fr.allafrica.com/stories/201305081158.html (Foto Unicef)



Costa d'Avorio - Gli sfollati dell'Ovest temono il ritorno
Sabrina Carbone
Nel mese di marzo 2013, l'ovest della Costa d'Avorio ha vissuto una serie di attacchi mortali con conseguenti spostamenti di persone il cui numero oscilla tra i 2.500 e i 3.000 profughi, ha reso noto il Consiglio norvegese per i rifugiati. Il 6 maggio scorso, meno della metà sono tornati a casa e la situazione della sicurezza resta precaria. Al Zilébly., un uomo è in piedi davanti a quello che resta del suo negozio, un altro mostra la TV, il generatore elettrico e l'antenna posti sul terreno insieme ai calcinacci. Attorno a lui, altri 16 edifici sono stati distrutti durante l'attacco al villaggio, del 13 marzo. Dieci giorni dopo, è stata la volta di Petit Guiglo, dove una ventina di edifici sono stati distrutti. I tetti delle case sono andati in fumo e le soffitte, dove veniva mantenuto il cibo, sono stati bruciati o saccheggiati. Oggi, in entrambi i luoghi dove sono stati implementati i due attacchi contano una decina di morti, poche persone hanno fatto ritorno a casa e le loro dimore cominciano a essere ripulite. In alcune camere le testate di legno sono carbonizzate. Una donna è tornata alla fine di aprile, ha raccolto i frammenti delle bottiglie di vetro sparse sul pavimento della sua casa, riutilizzando quelle poche cose rimaste intatte. Più di un mese dopo gli attacchi, la gente ha davvero paura di rientrare a casa. Secondo i funzionari del villaggio, solo il 10% è tornato a Petit Guiglo e sessanta a Zilébly su un totale di circa 300 persone. Gli abitanti del villaggio rimangono essenzialmente in Liberia, a pochi chilometri di distanza, e a Blolequin, 40 km da Zilébly.
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Andata e ritorno
"Non è semplice fuggire improvvisamente durante la notte mentre gli spari rimbombano in casa. Molti hanno paura di tornare. Alcuni vengono per due o tre giorni, lavorano nei campi e poi lasciano Blolequin. Non c'è più cibo qui, e dobbiamo fare andata e ritorno per mangiare", racconta Anselmo Dande alloggiato a Zilébly. A Petit Guiglo, il capo del villaggio non è sereno. "Le FRCI [Forze Repubblicane della Costa d'Avorio e, NDLR] dormono nel villaggio e mi sento un pò più sicuro, ma ho ancora paura. Ciò che è necessario è costruire un campo militare qui, e solo allora saremo davvero in pace", ha informato Basile Banto. Secondo Claude Koffi, il sottoprefetto di Blolequin le due comunità, erano protette entrambe da dieci FRCI al momento degli attentati. Da allora, il personale è stato aumentato, aggiungendo più di cinquanta uomini a ciascuno dei due villaggi, ha continuato. "Tra i 60 e i 90 soldati arriveranno tra due o tre settimane a Pinhou Diboké", ha promesso.
Lacune di sicurezza
A Zilébly come a Petit Guiglo le FRCI gestiscono da oltre quindici anni i centri. Intorno a loro, nessun veicolo. A Zilébly una moto carbonizzata è stata accantonata vicino a un muro. Oltre ai soldati, alcuni in infradito, parlano sotto un albero, con il fucile a tracolla. Nella Lega ivoriana per i diritti umani (LIDHO), c'è preoccupazione per la mancanza di coinvolgimento delle autorità. "Le persone non vanno nella boscaglia sita a più di un chilometro dal paese. Il sistema di sicurezza non è sufficiente, non sappiamo dove andare, ha affermato Benedetto Ouahoulou Taha, il rappresentante della LIDHO Guiglo. Come risultato, le persone non hanno nemmeno il coraggio di andare a casa, non sappiamo se tutto questo è davvero finito. Source: http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20130506162938/liberia-cote-d-ivoire-deplaces-lidhocote-d-ivoire-les-deplaces-de-l-ouest-dans-la-peur-du-retour.html

Mali- Gao con il nuovo Mercato Centrale rende omaggio al Tenente Damien Boîteux

Sabrina Carbone
A Gao, il Mercato Centrale era stato distrutto nel corso dei bombardamenti a fine febbraio. Da allora, molte persone avevano cominciato a ricostruire il centro della città, ma ai commercianti ancora mancano nuove infrastrutture. Dalla scorsa settimana, un nuovo mercato è stato aperto, ed ha un nome simbolico: Mercato mutilati Damien Boîteux in omaggio al primo soldato francese che è morto per liberare il Nord del Malì.Immagine

Ridurre la povertà grazie alle nuove ricchezze: una sfida alla quale l'Africa deve far fronte


Sabrina Carbone

La crescita economica dell'Africa, combinata alla responsabilità dei Governi e dei cittadini, deve stimolare la riduzione della povertà e promuovere una prosperità comune, questa è la considerazione rilasciata dalla nuova edizione Africa's Pulse, l'analisi semestrale della Banca Mondiale sulle prospettive economiche del continente.
"L'immagine generale che emerge dalla lettura dei dati è che le economie africane conoscono una espansione vigorosa e che la povertà è in calo", afferma Shanta Devarajan, economista capo per la regione dell'Africa della Banca Mondiale e autore principale di Africa's Pulse. "Allo stesso tempo, le cifre globali nascondono delle disparità importanti in materia di performance, anche in quei paesi dell'Africa dove lo sviluppo è più forte", ha aggiunto Shanta Devarajan. L'analisi mostra che il 25% dei paesi africani, soprattutto Sierra Leone, la Nigeria, la Costa d'Avorio, la Liberia, l'Etiopia, Burkina Faso, e il Ruanda, hanno conosciuto una crescita superiore o uguale al 7%, rientrando nella categoria dei paesi il cui tasso di crescita è il più alto a livello mondiale. Il rapporto fa riferimento a uno sviluppo che dimora fortemente in tutta l'Africa sub-sahariana, con un tasso stimato del 4,7%. Escludendo l'Africa del Sud, che è l'economia più importante della regione, la rimanenza ha avuto un progresso con un ritmo vigoroso del 5,8%, che è superiore alla metà del 4,9% dei paesi in via di sviluppo.
Sebbene l'analisi descrive nei dettagli un aumento economico sostenuto e robusto, questa rivela comunque che i modelli di sviluppo variano da un paese all'altro e conoscono dei successi variabili. Un esame dei programmi agricoli del Ruanda indica che la sua produzione di mais e dei cereali è aumentata durante il quinquennio 2006-2011, in parte grazie alla implementazione del "Programma di intensificazione delle culture" del Ruanda. Nel quadro di questo programma, gli agricoltori di sussistenza, che coltivano tradizionalmente una varietà di culture su dei piccoli lotti di terra, hanno messo le loro terre in comune e hanno coltivato ciascuno una sola varietà, e hanno ricevuto dei concimi a prezzi ridotti. Secondo Africa's Pulse, il programma è diventato il motore della nuova strategia agricola del Governo del Ruanda. Il successo del programma è riflesso in parte nella espansione economica di questo paese (un aumento dal 5 all'8% per abitante) e ha provocato una riduzione del tasso di povertà nazionale dal 1,3% al 1,7%, secondo le ultime stime. Un ribasso simile dei tassi di povertà è stato verificato in Etiopia in seguito a una espansione economica, afferma Shanta Devarajan. In tutta l'Africa sub-sahariana , le tendenze recenti indicano che alcuni progressi sono stati realizzati nella lotta contro la povertà. Tra il 1996 e il 2010, la proporzione delle persone che vivono in Africa sub-sahariana con meno di 1,25 dollari al giorno ha avuto un declino, ed è passato dal 58% al 48,5% riportano i dati provvisori che figurano nel rapporto. I progressi compiuti nella realizzazione di alcuni Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo (OMS) variano da un paese all'altro. Il rapporto evidenzia che i progressi realizzati nel corso degli ultimi dieci anni, quando la crescita era veramente decollata, sono stati impressionanti. Infatti, la regione è su una traiettoria che le permette di raggiungere gli obiettivi entro il 2015, se la crescita economica robusta e l'impegno verso le riforme sono costanti. E' stato constatato anche un miglioramento della mortalità materna in tutta la regione. Per esempio, il tasso di mortalità materna per la regione era di 850 decessi ogni 100.000 nascite che vivono nel resto dei paesi in via di sviluppo. Nel 2010, sono stati censiti 500 decessi ogni 100.000 nascite nell'Africa sub-sahariana, dove il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni è ugualmente sceso in maniera sostanziale, passando da 178 decessi ogni 1000 nascite nel 1990 a 109 decessi ogni 1000 nascite nel 2011. Se la regione raddoppia le performances registrate nel corso del periodo 2005-2010, sarà in grado di raggiungere l'obiettivo della riduzione della mortalità materna nel 2016.

Le sfide continuano
Nonostante questo nuovo studio dimostra che la crescita dell'Africa continua a un ritmo più rapido rispetto alla media mondiale, resta ancora molto da fare per migliorare la qualità di vita di numerosi Africani che vivono in povertà estrema. Makhtar Diop, il Vice Presidente della Banca Mondiale per la regione Africa, rimarca che sviluppare la produzion energetica e agricola nell'intero continente rappresenta una enorme opportunità. "Senza un apporto supplementare dell'elettricità o un aumento della produttività agricola, lo sviluppo futuro dell'Africa non sarà condotto in maniera giusta", afferma Makhtar Diop. "La buona notizia, è che i Governi africani hanno la ferma intenzione di cambiare la situazione attuale".

Burundi sull'orlo della asfissia

Sabrina Carbone
In seguito alla somministrazione degli aiuti internazionali, il piccolo paese dell'Africa centrale ha dovuto far fronte alla pressione dell'inflazione. Una febbre rivelatrice dei mali più profondi. Dall'inizio dell'anno, il Burundi attraversa un difficile periodo. In primo luogo, il mercato centrale della capitale, Bujumbra, è andato in fiamme nel mese di gennaio. Tra l'altro questa sede del commercio rappresenta il 80% delle transazioni commerciali del paese. A metà febbraio, l'inflazione ha iniziato ad essere dilagante. La mancanza di riserve di valuta estera, le scorte di carburante sono state esaurite in pochi giorni, più di tre quarti delle stazioni di servizio hanno chiuso a Bujumbura. Un litro di benzina sul mercato nero era salito a 4.000 franchi burubundesi (circa 2 euro), il doppio del prezzo alla pompa in tempi normali. L'argomento è così sensibile che l'Assemblea nazionale ha approvato una legge, lo scorso 3 aprile, la quale vieta ai media di pubblicare le informazioni sulla valuta nazionale. Secondo Cyril Sigejeje, Direttore e Capo Esecutivo della gestione della Banca e del finanziamento, la causa principale dell'inflazione è stata la debolezza delle esportazioni, che coprono solo il 20% delle importazioni, secondo Faustin Ndikumana, Presidente della ONG Parcem, questo è uno squilibrio che pesa sulle riserve della valuta estera. Per rassicurare e combattere l'inflazione, le restrizioni sulle operazioni (deposito e prelievo) sui conti in valuta estera dei residenti sono state eliminate. Ma come ha spiegato Genevieve Buzungu, segretario esecutivo dell'Associazione delle banche e delle istituzioni finanziarie, questo tipo di azioni offrono un sollievo temporaneo. Per affrontare i suoi problemi strutturali, il Burundi ha dovuto affidarsi in gran parte ai donatori che finanziano circa la metà del bilancio dello Stato. Il paese ha recentemente raccolto 2000000000 € di investimenti per il triennio 2012-2015 dai suoi partner, tra i quali compare la Banca Mondiale, la Banca africana per lo sviluppo e l'Unione europea. Nel corso di una visita a Parigi, svolta a metà marzo, il Presidente, Pierre Nkurunziza, è riuscito a iscrivere il Burundi sulla lista dei paesi prioritari per l'accesso agli aiuti francesi.
Fatture
"Lo Stato fonda il proprio bilancio sulle previsioni degli aiuti, ma non sempre arrivano, sfuma Faustin Ndikumana. Di conseguenza, si vive al dì sopra dei propri mezzi. Risultato?: "Si continua a pagare i dipendenti pubblici, ma i loro conti sono stati sospesi per diversi mesi", ha rivelato un imprenditore. Una prima stima che risale alla fine febbraio valuta che il deficit nel settore privato ammonta a 70 miliardi di franchi burundesi.
Un colpo duro e supplementare che ha colpito gli imprenditori. La crescita del PIL, che varia tra il 3% e il 5% dal 2004, non è sufficiente a compensare la crescita della popolazione. La carenza di energia è evidente: Solo il 3,5% della popolazione è collegata alla rete, una cifra che le autorità vogliono aumentare al 15% entro il 2015, grazie a due progetti idroelettrici sviluppati con i paesi vicini. Un'altra sfida per il settore privato, è "l'accesso al finanziamento bancario che risulta essere molto costoso. I tassi d'interesse si avvicinano al 20%", osserva Marie Müque Kigoma Fruito fondatrice di una società di produzione di succhi di frutta. Fortunatamente, il Burundi ha fatto qualche progresso. Il rapporto del "Doing Business" 2013 della Banca Mondiale lo colloca tra i primi dieci paesi più riformati al mondo in termini di business. Consolata Ndayishimiye, Presidente della Camera Federale del Commercio e dell'Industria del Burundi, ha accolto con particolare favore l'istituzione di uno sportello unico per la creazione delle imprese: "Adesso è possibile aprire un business in 24 ore. "L'ultimo segno positivo, sottolinea: è l'integrazione economica all'interno della Comunità dell'Africa orientale (EAC)". Un Booster di Crescita e di speranza.

Ostaggi-I religiosi del Sahel chiedono la loro liberazione


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L’associazione degli Ulémas, che riunisce i predicatori e gli imam di otto paesi del Sahel, (Algeria, Burkina Faso, Libia, Mauritania, Malì, Niger, Nigeria e Tchad), ha fatto appello ai combattenti islamisti di liberare tutti i loro ostaggi nella regione, tra i quali sono presenti anche i Francesi e gli Algerini. Questa richiesta è stata lanciata alla apertura del secondo congresso di questa organizzazione moderata sostenuta dal Regime algerino.
15 Francesi sono nelle mani dei terroristi islamisti (di cui 8 in Nigeria), 7 Algerini sono stati catturati a Gao, dai MUJOA. Oltre a ciò uno Svedese, un Olandese e un Sud-Africano, sono stati catturati il 25 novembre 2011 a Tombouctou, e sono ancora dichiarati dispersi.
“Il rapimento, la detenzione, e l’uccisione degli ostaggi come anche la richiesta di riscatto sono vietati”, hanno affermato i religiosi riuniti a Algeri all’inizio della settimana. Questi hanno invitato “A liberare tutti gli ostaggi e a rimandarli a casa sani e salvi”. L’Associazione è stata creata durante un incontro di gennaio a Algeri tra gli Ulémas, i predicatori e gli Imam di Algeri, del Malì, del Niger, di Burkina Faso, e della Mauritania, riuniti sotto il tema: “L’estremismo religioso nella regione del Sahel: le cause e le soluzioni da apportare”.

Algeria-Costantine: L’infanzia in pericolo per un pugno di soldi

Sabrina Carbone
images (1)Il testo è chiaro: “Nessun datore di lavoro deve impiegare un bambino al di sotto dei 16 anni di età presso la propria sede di lavoro o sarà soggetto a delle severe sanzioni”. Tuttavia nella realtà quotidiana, è tutto il contrario. Alcuni ragazzini lavorano ovunque, per le strade, nei mercati, negli autobus e nei caffè. Hanno lasciato i banchi della scuola e hanno dedicato la loro esistenza alla vita attiva, a causa della loro povertà, dove, a volte parallelamente ai loro studi sono dediti al lavoro per aiutare le loro famiglie. Sono riversati sui marciapiedi, nei piccoli spazi pubblici, e tentano anche di giocare il ruolo dei “grandi” improvvisandosi “parcheggiatori e introducendosi nelle aeree per proporre agli automobilisti di parcheggiare, imponendo il prezzo del custode. I bambini che, con molta evidenza, devono ancora andare a scuola o giocare come tutti quelli della loro età, diventano “operai” andando contro ogni logica. Alcuni lo fanno per aiutare la loro famiglia, altri per avere un pò di moneta in tasca. Ognuno ha le sue buone ragioni per entrare nel mondo dei grandi e lavorare al loro fianco. Questa situazione drammatica è tollerata, dal momento che questi ragazzi lavorano davanti agli occhi di tutti, compreso quelli delle istituzioni incaricate a far rispettare il Codice del lavoro, senza che ci sia la minima azione contro i titolari che impiegano i ragazzini i quali sono autorizzati dai genitori ad andare a lavorare. “I genitori nella loro indigenza sono costretti a spingere i loro figli a riversarsi sulla strada per far fronte ai loro bisogni e anche a aiutare la famiglia”, testimonia un membro della Direzione dell’assistenza sociale, e tutto ciò è presto confermato da un ragazzo del posto che afferma: “E’ meglio lavorare degnamente che andare a rubare”. Vivere conservando la propria dignità, ecco l’alibi che accompagna spesso questo modo di lavorare per le strade, nei viali, nei parcheggi, nei cantieri degli edifici. La dignità spezza il corso normale della crescita dei bambini. Un assioma quasi inculcato dai diversi modi di sfruttamento dei cantieri che finiscono per convincere i minori di 16 anni a rimboccarsi le maniche per guadagnare il loro pane quotidiano onorevolmente.
Tuttavia ignorano che loro stanno commettendo un “crimine” contro una infanzia in difficoltà. I ragazzi precocemente professionisti sono così generati dalle famiglie povere, e sono introdotti nel mondo del lavoro dopo che sono stati espulsi dalla scuola. Troppo presto per raggiungere un centro sociale e non hanno altra scelta che quella di frequentare un ambiente ostile dove sono presenti tutti i flussi, come anche le altre categorie che si riflettono su quei ragazzi che in età scolare prendono durante le vacanze il loro secondo berretto. Alcune statistiche indicano che la cifra, che questo tipo di “lavori”, genera in Algeria è di oltre 300.000. I poteri pubblici minimizzano l’ampiezza di questo fenomeno, ma la realtà poggia su alcune scene che rappresentano la realtà quotidiana. I centri esperti, usano i servizi della forza lavoro dei ragazzi che sono stati posti sotto l’alta sorveglianza in questi ultimi anni della tutela attraverso i centri di indagine. Tuttavia è difficile determinare una cifra sullo sfruttamento di questa frangia, la cui età non rispetta la norma autorizzata e che nel contesto globale rivela un numero che supera in tutto il territorio nazionale i 300.000. A Costantine, fonti ufficiali stimano che fuori da quelle sfere dove il controllo resta impossibile, la frequenza relativa al lavoro minorile continua a essere debole grazie alla complicità sistematica dei poteri pubblici sul territorio. Una distribuzione molte volte contestata dalle associazioni che stimano che le inchieste non devono in alcun caso limitarsi ai grandi spazi, ciò vuol dire anche controllare le botteghe e le fabbriche. Tutto ciò conduce queste associazioni come anche l’opinione pubblica a certificare l’esistenza di un controllo quasi “neutro”. Le indagini devono essere elargite in tutti gli spazi dove il minore in gruppo o autonomamente tenta di proporsi ai servizi come anche ai perni della strada, nei mercati, o in altri luoghi pubblici. Senza omettere gli aiuti forniti ai commercianti ortofrutticoli e dei legumi a scaricare le “cassette” hanno precisato. Fidarsi delle classiche ronde di sorveglianza è un barometro che non rivela tutti i retroscena di questa attività infantile inaccettabile dalla buona società ma anche dalle leggi algerine in vigore. A tal proposito è noto che i dati esposti non coprono la realtà a causa delle indagini realizzate dagli ispettori del lavoro che non hanno tutte le latitudini del territorio a causa di molteplici fattori che danno accesso solo ad alcuni siti. I responsabili appellano a una mobilitazione pluridisciplinare che impegna la società civile, il sindacato attivo in seno alle fabbriche e ogni mezzo che ostacola ogni impiego abusivo che contrasta la legge sul lavoro.L’Algeria non ha certamente smesso di ratificare le convenzioni internazionali sul lavoro minorile. Tuttavia oggi, tutte le parti implicate nella lotta contro il lavoro minorile inferiore a 16 anni non risolve l’ampiezza che confermano i dati ufficiali. E’ per questo motivo che tutti gli incontri sono consacrati a questo soggetto convergente: “E’ necessario arricchire le leggi attraverso degli strumenti di controllo e di sanzione contro i datori che impiegano i minori e i quali non osservano le leggi in vigore. In qualche modo, dichiarare, quindi, una guerra agli avvoltoi che sfruttano la mano d’opera infantile”, hanno concluso i nostri interlocutori di quelle associazioni che militano per la protezione dei bambini. Resta il fatto che comunque, i poteri pubblici devono propendere prima su quella frangia sguarnita, ma anche brillante della scuola, priva di mezzi, che preferisce spendere le sue energie cerebrali in un ambiente sminuito, il quale sfrutta a oltranza.

Progetto UNDP: In Burundi i rifugiati e gli ex combattenti integrati nel Business

Sabrina Carbone
cq5dam.web.460.306 (1)Nel suo salone per parrucchiere alimentato da pannelli solari, Jean-Marie di 42 anni, offre le ultime acconciature alla moda e ricarica i telefoni cellulari a una clientela in crescita. Nei pressi del suo negozio, il ticchettio di otto macchine da cucire echeggia da una cooperativa di vestiti, mentre uno dei padroni, Adrian sorride seduto sulla porta. Sia Adrian che Jean-Marie vivono a Giharo, un piccolo villaggio vicino alla frontiera della Tanzania a sud-est del Burundi. Sono classici commercianti, di 40 anni, ma le loro vite non sono state sempre dedite alla produzione dei vestiti o al settore delle acconciature. Entrambi sono stati forzati ad abbandonare le loro dimore durante il lungo conflitto che ha catapultato il loro paese. Jean-Marie aveva trovato rifugio in Tanzania nel 1970. Adrian invece era stato forzato a emigrare in un’altra città in Burundi. Entrambi sono tornati nel loro villaggio quando la guerra stava per finire nel 2007. Sia Adrian che Jean-Marie hanno partecipato al progetto del PNUD che li ha aiutati a iniziare un business nuovo e di successo. Inizialmente il PNUD aveva dato a Adrian, a Jean-Marie e a altri 17.000 ex combattenti e a persone che erano ritornate alle loro origini, un lavoro di tre mesi aggiustando le infrastrutture danneggiate durante la guerra, o realizzando laterizi per costruire scuole o case per le persone vulnerabili. Adrian aiutava a restaurare i sentieri locali e Jean-Marie aiutava a restaurare un mercato. Oltre a ristabilire rapidamente l’economia locale i lavoratori percepivano un terzo del loro salario da una istituzione finanziaria. Quando i tre mesi di lavoro sono arrivati al loro compimento hanno potuto usare questi risparmi (che il PNUD li ha moltiplicati per tre offrendo in aggiunta la capacità e la consulenza per aprire un negozio) per abilitare associazioni di produttori e imprese. Oltre ai negozi per parrucchiere e alle imprese del settore dell’abbigliamento, i beneficiari hanno impiegato il programma per implementare fattorie, botteghe per la saldatura, mense e serramenta. “Da quando abbiamo aperto il negozio lo scorso anno, abbiamo avuto una grande richiesta di lavoro”, ha dichiarato Adrian. “La maggior parte del lavoro rientra nella confezione di divise scolastiche e di vestiti per signore che vengono smerciate al mercato” e ha aggiunto che la sua bottega offre servizio alla comunità dando lezioni di cucitura per alcuni giorni alla settimana. “Il mio sogno è di incrementare lo sviluppo, desidero aprire una seconda fabbrica sulla base del successo della prima azienda”. Il progetto comunque riduce le stigmate e l’aiuto agli ex soldati a reintegrarsi. ” Spesso gli ex combattenti e i rifugiati sono considerati come una minaccia per la pace, la stabilità, e lo sviluppo”, spiega Xavier Michon, direttore del PNUD in Burundi.”Questo programma ha promosso la riconciliazione della comunità e ha permesso agli ex combattenti, ai rifugiati e alle comunità di avanzare verso uno sviluppo destinato alla pace per tutti”. “Le persone temono coloro che vivono nella giungla, anche se fanno parte della famiglia”, chiarisce Sharon, ex donna soldato che ha trascorso alcuni anni lottando nella selva e che lavora nel progetto del PNUD per la ricostruzione stradale. “Quando sono tornata a casa le persone dicevano che eravamo selvaggi e assassini, ma da quando abbiamo cominciato a lavorare congiuntamente, non siamo più discriminati e sentiamo di appartere alla nostra aerea. Alabado è colui che mi ha dato il lavoro”, ha concluso. Jean-Marie è comunque entusiasta “Il PNUD non solo mi ha permesso di aiutare la mia famiglia, ma mi ha permesso anche di conoscere altre persone e di avere nuovi amici”.

Inviata una macchina ultrasuoni al più grande ospedale dell'Uganda

Sabrina Carbone

Northwestern University Feinberg School of Medicine gli studenti di medicina hanno spedito una macchina a ultrasuoni all'ospedale Mulago Makerere University di Kampala, in Uganda, è la prima e unica macchina a ultrasuoni dell'ospedale. Un regalo degli studenti dell'organizzazione Uniti per l'Uganda, i quali hanno raccolto circa 5.000 dollari in più di sei mesi per pagare le spese di spedizione della macchina. "L'Ateneo di Feinberg ha avuto un rapporto formale con l'Università di Makerere per diversi anni", ha dichiarato Daniel Young, MPA, Vice direttore del Centro per la salute globale. "Ogni anno accademico, in media inviamo tra i 15 e i 18 tirocinanti dell'équipe medica in Uganda per rotazioni cliniche presso i loro ospedali universitari. Makerere è l'università statale di punta e qui vengono addestrati i loro medici migliori e gli scienziati medici, ma gli ospedali di insegnamento pubblico a Kampala sono spesso sovraffollati e scarsamente finanziati. Uniti per l'Uganda è uno sforzo meraviglioso realizzato dagli studenti di medicina per sostenere in modo piccolo ma significativo le cliniche e gli ospedali dove fanno tirocinio". Uniti per l'Uganda è stato formato nell'autunno del 2012 come estensione del progetto di salute globale del secondo anno della studentessa di medicina, Sonja Skljarevski. Mentre è stato assegnato al lavoro del reparto di cardiologia Mulago Hospital, il più grande ospedale in Uganda, Skljarevski che ha allacciato stretti rapporti con i medici e ha valutato le esigenze del reparto. "Ho visto che con quasi nulla possiamo ottenere molto", ha dichiarato. "Fanno uso di qualsiasi cosa che rientra nelle loro possibilità e mentre eravamo lì, ho pensato a quello che potevamo fare per loro. Il rapporto tra il Feinberg e il Makerere è stato ben stabilito, e hanno dato ospitalità a così tanti di noi che questo era un modo per dare loro un aiuto e ringraziarli per l'istruzione che hanno fornito". Il Presidente della Associazione Uniti per l'Uganda, Skljarevski e i suoi due consiglieri, Thomas Carberry e Chelsea Williams, prevedono di valutare quali sono le esigenze dell'ospedale e raccogliere i fondi per alcune attrezzature da devolvere ogni anno. Anche gli studenti di medicina del secondo anno, Carberry e Williams hanno trascorso del tempo in Uganda facendo del volontariato nelle cliniche rurali.
mulago_250"Non è solo una questione di aiutare le persone e di mandare macchine ultrasuoni, ma lo scopo è quello di superare i problemi della comunità", ha spiegato Williams. "In futuro, vogliamo vedere questo progetto espandersi verso altre opportunità globali all'estero. Ognuno ha questo attaccamento emotivo in base alle proprie esperienze di salute globale e abbiamo potuto portare avanti questo concetto nei vari luoghi dove è stato attuato il programma". Oltre a ricevere donazioni individuali, il gruppo ha organizzato un torneo di dodge ball per una raccolta fondi lo scorso autunno. C'è in programma anche una serata al cinema nel mese di aprile. "Abbiamo fatto tutti dei progetti e il mio è andato molto più lontano di quanto pensavo", ha aggiunto Skljarevski. "Il coordinatore del programma ha commentato: "All'nizio, ho pensato che il progetto era solo una formalità, come scrivere su un pezzo di carta e non mi aspettavo molto", mentre adesso non riesco a credere che abbiamo intrapreso delle azioni che offrono a loro ciò di cui hanno bisogno. Questo spinge tutti noi a lavorare molto di più e a dare continuamente il nostro appoggio, senza mai tornare indietro".

Ruanda: Attentato mortale a Kigali


Sabrina Carbone
00101850-501a2dfa1776240093f70ee1d6eacc04-arc614x376-w290-us1Un morto e otto feriti riporta il tragico bollettino, il quale informa che nella tarda serata di martedì, 26 marzo, a Kigali c’è stata l’esplosione di una granata lanciata nei pressi di un mercato vicino alla stazione degli autobus. Due persone sono state arrestate. L’attacco non è stato rivendicato. La granata è stata lanciata nel distretto di Kimironko tra la stazione degli autobus e il mercato fino al luogo dove di solito è parcheggiata la mototaxi. Questo è un posto molto affollato durante il giorno e soprattutto nell’ora durante la quale è stato registrato l’attacco dell’attacco. Ieri, in tarda serata, il quartiere aveva ritrovato la sua compostezza. Alcuni soldati erano di guardia in un angolo quasi deserto che non era più circondato. Solo una pozza di sangue sul pavimento era visibile, ma nessun danno. Il barman di un bar situato a pochi metri dal luogo dell’attentato, ha dichiarato che era dentro quando ha sentito l’esplosione. Poi è corso fuori e ha visto molti civili feriti che giacevano a terra. Ma è stato rapidamente respinto dalla polizia. Secondo il portavoce della polizia ruandese, l’attacco ha ucciso una persona e ha riportato otto feriti. Due persone sono già state arrestate dalla polizia, che non ha daato altre indicazioni sulle possibili motivazioni dell’attacco. Le ultime esplosioni realizzate con le con granate a Kigali risalgono agli inizi del 2012 e almeno due persone sono morte oltre ai diversi feriti. Questi attacchi sono stati attribuiti, secondo le autorità, ai dissidenti e ai ribelli hutu FDLR installati nella RDC orientale. Un’altra serie di attentati nella capitale erano stati verificati anche nel 2010 in occasione delle elezioni presidenziali. Tutti questi attacchi hanno avuto luogo in zone affollate.


Somalia: Le Nazioni Unite  allegeriscono l'embargo delle armi

Sabrina Carbone
UNsecurityCounsel_0Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso, il 6 marzo, in una risoluzione adottata all'unanimità, di ammorbidire per un anno, l'embargo delle armi destinate alla Somalia. Alcune armi destinate al Governo somalo per aiutare la lotta contro gli shebabs islamisti sono state oramai autorizzate, a alcune condizioni. L'embargo non concerne la Forza dell'Unione africana in Somalia (AMISOM), e neanche il personale delle N.U. sul luogo. L'embargo delle armi imposto alla Somalia è attivo da oltre 20 anni, ed è l'embargo più antico delle Nazioni Unite. Il Governo somalo reclama la sua revoca per equipaggiare meglio la sua armata. Il Consiglio di sicurezza ha accordato solo una mitigazione dell'embargo per autorizzare le armi leggere da destinare a Mogadiscio. I missili, i mortai, le mitragliatrici pesanti, le attrezzature per la guardia notturna sono vietati, in quanto numerosi paesi temono che queste armi possono finire nelle mani dei combattenti islamisti shebab. Anche gli osservatori delle Nazioni Unite hanno affermato che gli shebab sono riusciti a infiltrarsi in alcune unità dell'armata somala. Malgrado questi timori e queste restrizioni, questa revoca parziale dell'embargo delle armi è un segno di fiducia e di incoraggiamento rivolto al Governo somalo che con l'aiuto di 17.000 soldati africani dell'Amisom, Missione dell'Unione africana in Somalia, ha registrato dei seri rovesci all'interno del movimento shebab.


Senegal: Giornata Internazionale dedicata alle foreste- "Tolleranza zero contro la deforestazione illegale "


Sabrina Carbone
ImmagineL'umanità ha celebrato per la prima volta la Giornata Internazionale dedicata alle Foreste giovedì, 21 marzo, conformemente alla Risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha ufficializzato questa data (13 marzo di ogni anno). In questa occasione la FAO ha invitato gli Stati a alimentare le piantagioni boschive a promozione del tema "Tolleranza zero contro la deforestazione illegale" soprattutto dove le Nazioni Unite raccomandano la riduzione della deforestazione per retrocedere dalla povertà e promuovere i metodi di sussistenza duraturi per tutte le popolazioni silvicole. Cosciente che in numerosi paesi la deforestazione illegale degrada le economie, riduce la disponibilità dell'acqua e restringe l'offerta della legna da ardere, questi fattori compromettono anche la sicurezza alimentare, in particolare quella dei poveri, a fortiori l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura ha invitato gli Stati a sviluppare la piantagione boschiva per la "Tolleranza zero contro la deforestazione illegale".  In un comunicato pubblicato in occasione della Giornata Internazionale delle foreste celebrata per la prima volta giovedì, 21 marzo, il Direttore generale della FAO, José Graziano da Silva, ha lanciato questo appello: "Invito i Paesi a promuovere la piantagione boschiva e a considerare la tolleranza zero contro la deforestazione illegale". Secondo José Graziano da Silva "Porre un termine alla deforestazione illegale e alla degradazione delle foreste aiuterà in maniera considerevole a sradicare la fame e l'estrema povertà, e ad assicurare la perennità delle risorse".

INTERPOL condanna l'uccisione degli ostaggi stranieri in Nigeria
Sabrina Carbone
Lione, Francia - Nel corso della riunione della sessione numero 177, l'INTERPOL del Comitato Esecutivo (CE) per conto del corpo della Polizia mondiale ha condannato l'esecuzione 'a sangue freddo' sostenuta da parte di un gruppo militante islamico nigeriano di sette ostaggi stranieri sequestrati nel mese di aprile. L'Interpol e i 13 membri della CE, compreso anche il Presidente dell'Organizzazione, i tre Vice-Presidenti e i nove delegati delle sue quattro regioni quali: l'Africa, l'America, l'Asia e l'Europa, hanno emesso una dichiarazione: "Il Comitato Esecutivo dell'Interpol esprime le sue condoglianze alle famiglie delle vittime e condanna l'assassinio di questi ostaggi innocenti con la massima fermezza". In questo senso, l'atto di codardia che ha sconvolto i cittadini di tutte le nazioni non può che rafforzare la determinazione e la solidarietà della polizia in Nigeria, nella regione e in tutto il mondo allo scopo di intensificare la loro lotta contro il terrorismo. "A nome dei 190 paesi dell'Interpol, chiediamo alla polizia operante nella regione e non solo a cooperare tramite ulteriori sforzi in Nigeria e du arrestare e consegnare alla giustizia i terroristi responsabili di questo assassinio realizzato a "sangue freddo". Il gruppo militante Ansaru, sospetto di essere un ramo della rete Boko Haram, ha informato in una dichiarazione on-line che avevano ucciso i loro prigionieri. Gli ostaggi provenienti dalla Gran Bretagna, dalla Grecia, dall'Italia e dal Libano erano lavoratori edili catturati in un raid nello Stato settentrionale di Bauchi. L'INTERPOL ha messo a disposizione delle autorità nigeriane le sue risorse globali per aiutare a consegnare alla giustizia e in seguito per essere processati i rei di queste recenti uccisioni.Immagine


Costa d'Avorio: la legge del vincitore


Sabrina Carbone
Quasi due anni dopo la fine della crisi post-elettorale che ha provocato quasi 3.000 morti, la Costa d'Avorio ha continuato a essere la casa delle gravi violazioni dei diritti umani commesse contro i sostenitori noti o sospetti dell'ex Presidente Laurent Gbagbo. Queste violazioni sono state commesse in risposta a un aumento degli attacchi armati contro gli obiettivi militari e strategici che hanno creato un clima di insicurezza generale. Le Forze Repubblicane della Costa d'Avorio (FRCI, Forze Repubblicane della Costa d'Avorio, l'Esercito nazionale) e la polizia militare sono stati i responsabili di numerose violazioni dei diritti umani dopo l'arresto e la detenzione di persone che sono al di fuori di qualsiasi quadro giuridico e spesso sulla base delle minoranze etniche e di motivazioni politiche. Queste esazioni sono state rese possibili in seguito alla moltiplicazione dei luoghi di detenzione non riconosciuti come tali dove gli individui sospetti di attentati contro la sicurezza dello Stato sono tenuti in isolamento, a volte per lunghi periodi, e in condizioni disumane e degradanti. Molti sono stati torturati e alcuni sono stati rilasciati a fronte del pagamento di un riscatto. Amnesty International è estremamente preoccupata per questo mancato rispetto delle garanzie essenziali per la protezione dei prigionieri e per il fatto che l'intero processo giudiziario sembra essere in contrasto con le norme fondamentali del diritto internazionale e della legislazione ivoriana (diniego di accesso a un avvocato, false dichiarazioni dettate dai soldati durante gli interrogatori e, in particolare, le "confessioni" estorte sotto tortura). Al di là del capitale economico, Abidjan, e le principali città del sud, il vivono un clima generale di tensione che è particolarmente evidente nella parte occidentale del paese, la quale è rimasta afflitta dalle divisioni etniche alimentate dalle dispute sulla territorio. Questa regione, la più segnata durante il decennio di instabilità nel paese, è stata ancora una volta teatro di violenze durante l'attacco nel mese di luglio 2012, le ultime persone sono state sfollate (IDP) nei campeggi a Nahibly vicino la città di Duékoué (450 km da Abidjan). Questo attacco è stato condotto dalla popolazione locale supportata dai Dozos, una milizia di cacciatori tradizionali sponsorizzati dallo Stato e dall'esercito. Molte testimonianze raccolte da Amnesty International testimoniano gli arresti, le sparizioni forzate, le esecuzioni extragiudiziali e un tentativo sistematico da malintenzionati per cancellare il campo profughi. Secondo le informazioni pervenute a Amnesty International, nessuno degli autori di gravi violazioni dei diritti umani e degli abusi descritti nella presente relazione sono stati assicurati alla giustizia o addirittura sospesi dalle loro funzioni. Ciò dimostra l'incapacità delle autorità ivoriane di stabilire lo stato di diritto quasi due anni dopo che le nuove autorità sono salite al potere.


ACNUR rivela attacchi ai civili nella Repubblica Centroafricana
Sabrina Carbone
15 marzo 2013
01-04-2013carchildrenL'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) ha rivelato una serie di attacchi alla popolazione civile nel Sudest della Repubblica Centroafricana. Fatoumata Lejeune-Kaba, portavoce della ACNUR a Ginevra, ha dichiarato che lunedì 11 marzo, il gruppo ribelle Seleka, il quale da due mesi ha firmato un accordo di pace con il Governo, ha attaccato e preso la località di Bangassou. "I ribelli sono avanzati verso Est in direzione della popolazione di Zemio, dove sono stati alloggiati quasi 3.300 rifugiati congolesi" ha riferito il portavoce. Inoltre ha aggiunto che sarà un rischio per la sicurezza, l'avanzata delle forze ribelli, la quale compromette l'assistenza alla popolazione spiegata e ai rifugiati di questa zona. Infine, ha precisato che ACNUR è stata obbligata a inviare temporaneamente la maggior parte del suo personale a Bangui, la capitale centroafricana con la conseguente riduzione degli aiuti ai civili colpiti nel Sudest del paese.




Malì - L'armata del Malì presa di mira  dalle Nazioni Unite
Sabrina Carbone
00200321-7f35e53566090b0e4c5dcb4bab70ea6b-arc614x376-w290-us1L'alto Commissariato delle Nazioni Unite dei diritti dell'uomo ha accusato, martedì 12 marzo 2013, i soldati del Mali di aver condotto delle rappresaglie contro numerosi gruppi etnici, dopo l'intervento militare francese nel Nord del Malì, il giorno 11 gennaio 2013. E' la prima volta che l'armata del Malì è presa di mira dalle Nazioni Unite. L'Organizzazione ha chiesto al paese di aprire una inchiesta e di giudicare i responsabili. Queste accuse conducono a delle conclusioni di una missione di osservazione condotta dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite dei diritti dell'uomo, dopo il 18 febbraio. Dopo aver incontrato dei testimoni, le vittime e le famiglie delle vittime, l'équipe spiegata in Malì ha messo in evidenza un "aumento delle rappresaglie" da parte dei soldati dell'armata del Malì contro le persone che sono state prese di mira, e che mirano nettamente ai membri dei gruppi etnici come " Peuls Tuareg e Arabi" o ancora alle persone che sono state percosse per aver appoggiato i gruppi armati che hanno preso il Nord del Malì, nel 2012, ha precisato Cecile Pouilly, portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite dei diritti dell'uomo, insieme al RFI. I gruppi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite dei diritti dell'uomo sono preoccupati per la situazione "Inaspriti dalla diffusione dei messaggi incendiari compreso i media che stigmatizzano questi comunicati e che hanno forzato migliaia di persone, che sentono di essere in pericolo, tanto che hanno lasciato il loro domicilio, e sono stati spostati nell'interno e in altre parti del paese, ha sottolineato Cécile Pouilly. L'Alto Commissariato ha fatto appello alle autorità del Malì di aprire una inchiesta e di punire i responsabili. Presente a Ginevra, nella sala del Consiglio dei diritti dell'uomo, il Ministro della Giustizia del Malì, Malick Coulibaly, ha dichiarato che gli allegati delle estorsioni imputabili alle forze del Malì sono: "Gli atti isolati i cui autori saranno perseguitati e puniti" prima di aggiungere che "D'ora in poi, i militari sospettati di estorsioni saranno sentenziati dalla giustizia del Male" e che "Questo paese non è in guerra contro una etnia, una razza, una religione o una regione" ha concluso Malick Coulibaly.

Madagascar - La peste continua a fare nuove vittime


09/03/2013
Sabrina Carbone
Durante la stagione, calda e umida, questa malattia prolifera, tre persone sono morte nel corso delle ultime due settimane in un distretto sito a una centinaia di chilometri a sud di Antananarivo. Le autorità sanitarie credono che questa volta l'epidemia ha una portata più ampia. Nel distretto di Faratsiho, è stata registrata la peste più virulente. Questa settimana due vittime sono state sepolte a causa della peste e un'altra è rimasta vittima qualche giorno più tardi. La malattia è comunque sospetta anche in una ventina di malati che sono stati sottoposti prontamente a delle cure. Faratsiho è conosciuta come il focolaio della peste spiega il dottor Luc Randrianirina, il direttore per la lotta contro le malattie virali: "E' un focolare perchè la peste è una malattia che proviene dai ratti, tenuto conto della scarsa igiene, i ratti sono portatori di pulci che contengono il bacillo Yersinia Pestis". Per evitare una grave epidemia, alcune équipe del Ministero della Sanità e dell'Istituto Pasteur hanno fatto un sopralluogo. Hanno dovuto derattizzare, disinfettare ma anche informare che morire di peste non è una fatalità. "E' molto facile trattare la peste" ha aggiunto Randrianirina, ma bisogna evitare il ritardo dei trattamenti e dunque sensibilizzare la popolazione ai segni precursori come la febbre. Nel 2012, oltre 250 casi di peste sono stati censiti. Quasi uno su cinque è stato mortale. La Grande isola resta uno dei tre paesi al mondo che è più affetto da questa malattia.


Africa - La FAO diffonde un appello volto a potenziare la risposta alla siccità, la "catastrofe naturale che compie maggiori danni".
Sabrina Carbone
08/03/2013
ImmagineL'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO) ha ricordato venerdì, 8 marzo 2013, che il fenomeno della siccità provoca più vittime e migrazioni delle popolazioni rispetto ai cicloni, alle inondazioni e ai terremoti che nell'insieme rappresentano le catastrofi naturali che creano i maggiori danni. Tuttavia, pochi Paesi sono dotati di politiche efficaci per la lotta contro questo flusso, spiega il Direttore generale della FAO, José Graziano da Silva, in un comunicato stampa: "L'aumento della frequenza e della intensità della siccità sotto l'effetto dei cambiamenti climatici cimenta delle conseguenze devastanti per la sicurezza alimentare, in particolare in quelle regioni del mondo che sono più vulnerabili". "Per bloccare questa tendenza, dobbiamo sviluppare delle comunità che resistono alla siccità e che sono capaci di adattarsi a questo fenomeno. Non bisogna dunque accontentarsi di reagire prima di aver atteso l'arrivo delle piogge, ma privilegiare anche gli investimenti a lungo termine in modo che le popolazioni e i sistemi di produzione alimentare possano resistere "quando arriva la siccità", ha aggiunto. Dopo gli anni 70, le superfici toccate dalla siccità sono raddoppiate, e toccano soprattutto le donne, i bambini e le persone anziane che pagano il più pesante tributo. L'Organizzazione metereologica mondiale (OMM), la FAO e la Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la desertificazione (CNULCD) hanno dunque deciso di unire le loro forze organizzando insieme una Riunione ad alti livelli sulle politiche nazionali in materia di siccità, che sarà imperniata sulla prevenzione e la gestione di questo fenomeno allo scopo di incitare i Paesi a passare progressivamente da un approccio a posteriori a una politica che anticipa i rischi.  "La siccità è sempre stata un fenomeno inerente alla variabilità naturale del clima", ha dichiarato il Segretario generale della OMM, Michel Jarraud. "Non possiamo permettere di continuare ad agire caso per caso, accontentando i pareri più urgenti. Possediamo le conoscenze e bisogna stabilire un quadro di azione generale e intervenire sul posto". Le conseguenze della siccità possono perdurare a lungo dopo il ritorno delle piogge, a causa dei prezzi elevati delle derrate alimentari, della scarsa abbondanza delle risorse dell'acqua, dei suoli erosi e del bestiame debole, dei conflitti giuridici e sociali che possono persistere per anni. Le siccità sono spesso seguite da inondazioni di grande portata che sorprendono le popolazioni nel momento in cui queste sono più vulnerabili, provocando un aumento di sofferenze. "Benché prevedibile, la siccità è la catastrofe naturale più costosa che porta a una maggiore mortalità in questa nostra epoca. La decisione di attenuare gli effetti rilevati nelle ultime circoscrizioni politiche, appartiene ai Governi di tutti i Paesi esposti a questo flusso che la devono elaborare e metterla in atto adattandola al contesto nazionale, delle politiche che lottano contro la siccità basate sulle allerte precoci, la prevenzione e la gestione dei rischi", ha sottolineato il Segretario esecutivo del CNUCLD, Luc Gnacadja.

Africa: elezioni del nuovo Pontefice Papa Francesco, numerose reazioni in Africa00231174-0700c45ba5a71d03bd1f728b41b64e44-arc614x376-w290-us1

Sabrina Carbone
Non è africano ma la sua elezione e stata salutata da tutto il continente. Per la prima volta la Chiesa cattolica è diretta da un Papa venuto da un paese dell’emisfero del sud. Jorge Maria Bergoglio è argentino. Numerosi religiosi africani speravano nella elezione di un sovrano pontefice venuto dal continente, ma salutano questa nomina e pensano che questa scelta è una porta aperta sul mondo.
Fervore a Abdjan
Nella Chiesa Saint Jean de Cocody, preti e suore avevano gli occhi rivolti sulla scena cattolica quando hanno annunciato infine il nome del nuovo Papa, gioia e emozione da tutto il mondo, il quale è contento che hanno eletto un capo che dirige. I preti hanno messo lo champagne al fresco, e sono andati per le strade a diffondere la notizia nel quartiere. “Abbiamo fatto suonare le campane per annunciare ai parrocchiani che il nuovo Papa è stato eletto”, ha dichiarato un fedele. L’annuncio è arrivato durante la messa della sera, il prete ha rivelato il nome del nuovo Papa applaudito dai fedeli e hanno rivolto a lui le loro preghiere: “Preghiamo per lui e perchè possa dirigere la Chiesa che è stata tanto criticata e ribaltata”. La maggior parte ha salutato questa elezione rapida, ma alcuni come Marianne hanno conservato un gusto amaro dopo le dimissioni a sorpresa dell’ex Pontefice Benedetto XVI. “Sono rimasta scioccata alla notizia che per la prima volta un Papa dava le sue dimissioni, e sono rimasta ancora più stupita perchè era una decisione irremovibile. Tutto questo mi ha lasciato perplessa, e chiedo perchè lo ha fatto, è una semplice istituzione che qualcuno ha messo in capo al Governo. Qual’è veramente il ruolo della Chiesa cattolica”?


Africa - Giornata mondiale della lotta contro il cancro: Il tabagismo un fattore che mette a rischio la salute delle persone

Sabrina Carbone
ImmagineLunedì, 4 febbraio, l'OMS ha annunciato che l'umanità dipende dal cancro, il tabagismo è, il solo fattore che mette a rischio la salute delle persone, nel mondo il 22% della mortalità è dovuta al cancro, mentre il 71% dei decessi avviene per cancro ai polmoni. Il cancro è la causa maggiore dei decessi nel mondo all'origine 7,6 milioni di decessi nel 2008, ossia quasi il 13% della mortalità mondiale. I principali tipi di cancro sono spesso: Cancro al polmone (1,37 milioni decessi), cancro allo stomaco (736.000 decessi), cancro al fegato (695.000 decessi), cancro al colon (608.000 decessi) cancro al seno (458.000 decessi) cancro al collo dell'utero ( 275.000 decessi). Oltre il 70% dei decessi per cancro avvengono nei Paesi deboli ritenuti o da ritenere intermediari. In seguito alla proiezione di tutti questi numeri i dati aumenteranno e arriveranno, secondo le ultime stime, a 13,1 milioni nel 2030 su scala mondiale.
Africa - Giornata mondiale della lotta contro il cancro: Il tabagismo un fattore che mette a rischio la salute delle persone
CAUSA DEL CANCRO
Il cancro appare a partire da una sola cellula. La trasformazione di una cellula normale in cellula tumorale è un processo che passa attraverso varie tappe. Classicamente è una evoluzione verso una lesione pre-cancerina e in seguito verso un tumore maligno. Queste modifiche provengono dalle interazioni tra i fattori genetici propri dei soggetti e dagli agenti esterni che possono essere classificati in tre categorie: Il cancro fisico, come quello dei raggi ultravioletti e le radiazioni ionizzanti, il cancro chimico, come quello dovuto all'amianto i componenti del fumo del tabacco, l'aflatossina ( che contamina le derrate alimentari) o l'arsenico che inquina l'acqua delle bevande, il cancro biologico, come le infezioni dovute ad alcuni virus, batteri o parassiti. Comunque grazie alla sua istituzione specializzata, il Centro internazionale di ricerca sul cancro (CIRC), e l'OMS, hanno aggiornato una classifica degli agenti cancerogeni. L'invecchiamento è un altro fattore fondamentale che riporta al cancro. E' stato osservato in effetti un aumento spettacolare dell'incidenza con l'età, molto verosimilmente dovuto all'accumulo dei rischi del cancro specifici nel corso della vita, coniugata con i meccanismi di riparazione che tendono generalmente a perdere la loro efficacia con l'avanzare dell'età.

AFRICA DEL SUD - Nelson Mandela ricoverato per degli esami medici
9/03/2013Immagine
Sabrina Carbone
L'anziano Presidente Nelson Mandela è stato ricoverato sabato, 9 marzo, per alcuni accertamenti medici. Questa è l'annuncio confermato dalla Presidenza sud-africana in un comunicato che comunque rassicura sulle condizioni del Presidente, dal momento che questi esami erano in programma già in precedenza. Secondo la Presidenza sud-africana non c'è, a questo stadio, nessun motivo di inquietudine. Nelson Mandela è stato ricoverato nel nosocomio sabato pomeriggio, 9 marzo, per alcuni accertamenti già previsti. Tuttavia a 94 anni il suo stato di salute è fragile. I test, sono arrivati in seguito ad altri accertamenti effettuati a dicembre 2012, dallo stesso Presidente eroe della lotta anti-apartheid. Ha trascorso 18 ore nel nosocomio di Prétoria, per curare una infezione polmonare, in seguito a una endoscopia per togliere dei calcoli biliari. Quando è stato dimesso, è ritornato nella sua abitazione di Houghton, a Joannesburg, annunciando questo nuovo ricovero, la Presidenza ha chiesto ai media e al pubblico di rispettare la sua intimità e quella della sua famiglia.

Africa dell'Ovest - l'architettura in terra rossa, una soluzione per il Sahel.

Sabrina Carbone
ImmagineLa terra cruda ( ad alto tenore argilloso) viene lavorata e impastata con acqua, paglia o fibre naturali, che legano tra di loro e serve per realizzare murature di getto o murature a blocchi, ed è stata utilizzata per millenni nel mondo intero. Ancora oggi, un terzo della popolazione mondiale vive in queste abitazioni di terra rossa essiccata. Nel Sahel, la terra risponde perfettamente ai bisogni degli abitanti, anche se soffre di una cattiva immagine. Per dimostrare che questa tecnica ancestrale è sempre pertinente, una ONG italiana sita a Niamey, il CISP, ha lanciato un progetto di promozione della terra rossa. Le prime tracce edili in terra cruda, sono state rintracciate in Mesopotamia, e risalgono a 1000 anni fa. Nel Sahel, le moschee di Djenné e di Agadez sono dei bellissimi esemplari di questa tradizione secolare. La terra è utilizzata dalla maggior parte della popolazione del Sahel, anche se è considerata povera. Coloro che hanno i mezzi per costruire in cemento dirottano da questa antica tecnica. Tuttavia, grazie alle sue proprietà e alla sua grande disponibilità, la terra rossa essiccata risponde alla posta in gioco del Sahel: Calura estrema, mancanza di legno e di mezzi. Convinti della modernità di questo tipo di costruzione, un architetto belga, Odile Vandermeeren, e una archeologa italiana, Marta Abbado, residenti a Niamey, hanno costruito un villino in terra rossa in due anni. Il CISP, congiuntamente alle ONG dell'Africa dell'ovest, la città di Niamey e al Governo del Niger, realizzeranno un inventario competente sul paese. Grazie al finanziamento dei Paesi ACP e all'Unione Europea, saranno realizzati dei prototipi di abitazioni e edifici collettivi in collaborazione con gli architetti nigeriani. Il Museo nazionale sarà dotato di un villino architettonico in terra rossa e nel 2014, Niamey accoglierà un simposio internazionale su questo tema.

Africa - Anticoncezionali a lunga durata, 27 milioni di donne sterilizzate

Sabrina Carbone
Guinner-World-Records1Oltre ventisette milioni di donne appartenenti ai Paesi più poveri del mondo, saranno annesse,a Jadelle®, un impianto anticoncezionale reversibile a lunga durata, di efficacia provata e a un prezzo ridotto di oltre il 50%. Questa è l'affermazione confermata in un comunicato stampa giunto al Sud Quotidien in seguito a un accordo concluso tra un gruppo di partners del settore pubblico e privato. Il programma di accesso a Jadelle, sviluppato dal partenariato tra la Bayer HealthCare AG, la fondazione di Bill& Melinda Gates, la CHAI (Clinton Health Access Initiative), il Governo norvegese, americano e svedese, il CIFF (Children's Investment Fund Foundation), e il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (FNUAP), che hanno preso parte al movimento lanciato al Summit di Londra sul piano famigliare è stato presentato nel mese di giugno del 2012. Secondo i termini di un comunicato stampa giunti al Sud Quotidien, i dirigenti di numerosi Paesi hanno preso l'impegno di dare accesso alla contraccezione nei Paesi in via di sviluppo da qui al 2020. In risposta all'appello che richiede una collaborazione più efficace tra il privato e il pubblico al Summit di Londra sul piano famigliare, i partners hanno negoziato questa riduzione del prezzo per permettere a questo metodo poco utilizzato e che è globalmente più abordabile e accessibile alle donne, allo scopo di allargare entro i termini le opzioni di contraccezione disponibili. Il comunicato indica che in virtù dell'accordo firmato, il prezzo unitario di Jadelle® sarà fortemente riabbassato a iniziare dal 1° gennaio 2013 in oltre 50 Paesi di tutto il mondo. L'impianto che è stato pre-qualificato dall'OMS da settembre del 2009, offre una contraccezione efficace alle donne, per una durata di circa 5 anni. Lo stesso comunicato precisa che una volta messo in atto il programma di accesso a Jadelle, lo stesso permetterà di evitare oltre 28 milioni di gravidanze non desiderate tra il 2013 e il 2018, con l'intento di evitare, entro i termini, la morte di quasi 280.000 neonati e di 30.000 madri. Il programma, inoltre, permetterà di realizzare una economia di 250 milioni di dollari americani sui costi della sanità del globo. Le grandi agenzie come FNUAP e l'USAID, come anche i fornitori privati hanno comunicato attualmente la riduzione dei prezzi ai loro uffici nazionali e ai partner dei Governi, allo scopo di assicurare che il nuovo prezzo venga riflesso nei piani di distribuzione della contraccezione, cita il comunicato. E' stato osservato che oggi, più di 200 milioni di donne e giovani donne dei Paesi in via di sviluppo che sperano di evitare le gravidanze non hanno mai avuto accesso a un metodo di contraccezione moderno.

Senegal - Dopo il dramma di Medina, lo Stato vieta la mendicità dei bambini.


Sabrina Carbone
ImmagineDurante una riunione dedicata alla mendicità dei bambini per le strade, il 6 marzo, presso l'Amministrazione che dipende dal Primo Ministro,  Abdoul Mbaye, ha annunciato che lo Stato è determinato a porre fine a questa pratica. Il Primo Ministro ha invitato la popolazione a collaborare con il Governo denunciando alle Forze dell'ordine i falsi Marabouts che organizzano questo accattonaggio allo scopo di sfruttare i bambini. Il Governo del Senegal è determinato a sradicare la mendicità dei minori e a lottare contro la precarietà che subiscono questi ultimi. L'annuncio esposto dal Primo Ministro, ai margini di una riunione sull'accattonaggio presso l'Amministrazione è stato preceduto dal Consiglio interministeriale svolto nel mese di febbraio 2013 e consacrato alla mendicità. "Sono presenti falsi Marabouts che profittano di questa tradizione di insegnamento del Corano instaurata nel nostro paese per organizzare l'accattonaggio dei minori. Lo sfruttamento dei bambini, che vivono in condizioni terribili e che sono esposti a dei rischi come quelli avvenuti a Medina deve essere abolito. Il Presidente della Repubblica ha dato delle ferme istruzioni" ha dichiarato il Primo Ministro. In questo modo il capo del Governo invita la popolazione a essere più coinvolta in questa battaglia contro lo sfruttamento minorile. "Tutta la popolazione deve decidere di combattere questo fenomeno. Quando vedete dei bambini pressati di 50 in 50 in piccole baracche denunciate questo fenomeno alla Polizia perchè quest'ultima è sul posto per assicurare la sicurezza dei cittadini anche se hanno tre o quattro anni", ha sottolineato Mbaye. Secondo il Primo Ministro, è importante evidenziare che esistono Daara e Daara (Scuole coraniche) che sono luoghi organizzati in seno ai quali i bambini sono presi in affidamento e ricevono una educazione di qualità tramite Marabouts onesti e qualificati. Al contrario esistono dei falsi Marabouts che sfruttano l'esistenza di questa tradizione nel nostro Paese per organizzare l'accattonaggio dei bambini. "Prendono i minori e li mandano per le strade e li obbligano a mendicare senza dare loro una vera istruzione. Coloro che risiedono all'estero e che sono loro stessi delle vittime, cercano addirittura i bambini anche nei paesi vicini come la Guinea e il Gambia" ha precisato. Per quanto riguarda la carità verso il prossimo, il Primo Ministro ha invitato la popolazione ad appoggiare i Daara che riservano un trattamento onesto ai bambini. I Daara rispondono a delle norme e il Primo Ministro ha precisato che sarà presto attuato un programma che andrà a migliorare il loro statuto. "I Daara insegnano il Corano e l'Islam, ma anche il francese e una corretta formazione. Per questo motivo istituiremo dei programmi che andranno a rafforzare quei Daara già esistenti" ha concluso Mbaye

Africa _ AIDS- Un lume di speranza in seguito alla guarigione di una bambina piccola


Sabrina Carbone
ImmagineIl 3 Marzo 2013, era stato annunciato negli Stati Uniti, questo primo caso di guarigione apparente di una bambina contaminata alla nascita dal virus HIV/AIDS, offre un lume di speranza per vincere questa infezione. Il virus dell'HIV è stato completamente sradicato nell'organismo della piccola, anche se rimane una piccola quantità dell'infezione che comunque il suo sistema immunitario può tranquillamente controllare senza trattamenti antivirali. E' in questo modo che alcuni ricercatori descrivono la guarigione "funzionale" di una piccola bambina che è stata contaminata dalla madre la quale non è stata sottoposta a nessun tipo di trattamento. Alla nascita è stata subito messa nelle mani dei medici per delle cure appropriate, la bambina oggi all'età di due anni e mezzo, è stata capace qualche mese più tardi di abbandonare gli antivirali senza che il virus HIV torni a essere recidivo. Questo caso unico è stato presentato alla XX conferenza annuale sui retrovirus e le infezioni opportuniste (CROI), questo fine settimana ad Atalanta, negli Stati Uniti. L'unica guarigione completa e ufficiale riconosciuta al mondo al momento, è quella della americana Timothy Brown, una paziente di Berlino, che era stata dichiarata guarita in seguito a un trapianto del midollo osseo di un donatore che presentava una mutazione genetica rara che impediva al virus HIV di penetrare nelle cellule. Tra l'altro questo trapianto mirava a trattare una leucemia. La piccola, della quale è stato parlato ad Atalanta, è stata sottoposta a degli antivirali per 30 ore dopo la sua nascita, quello che viene fatto normalmente ai neonati per non incorrere nell'alto rischio della contaminazione. Questi trattamenti precoci spiegano la sua guarigione "funzionale" che ha bloccato la formazione delle riserve virali difficili da trattare, secondo i ricercatori. Le cellule contaminate "assopite" rilanciano l'infezione nella maggior parte delle persone sieropositive nel giro di qualche settimana, dopo l'arresto degli antivirali.

Congo-Kinshasa - Il morbillo continua a provocare danni

Sabrina Carbone
ImmagineA di dicembre del 2012, MSF aveva lanciato una allerta sulla situazione epidemica e sulla mancanza di mezzi per far fronte all'urgenza. Due mesi più tardi, l'epidemia del morbillo aveva continuato a colpire migliaia di bambini nella provincia orientale dell'Equateur a Nord del paese. Estremamente contagioso, il morbillo può generare delle complicazioni mediche gravi e la mortalità può arrivare fino al 25% dei casi. Di fronte alle carenze del sistema sanitario, Medici Senza Frontiere (MSF) ha tentato di combattere questa epidemia. Da marzo 2012, l'organizzazione ha già preso in carica più di 18.500 malati e ha vaccinato più di 440.000 bambini. "Numerose piccole tombe sono state scavate di recente lungo le strade"  testimonia Nathalie Gielen, responsabile di una équipe di MSF, di ritorno dalla zona sanitaria di Djolu nella provincia dell'Equateur, "In un villaggio abbiamo contato 35 decessi". Un padre che aveva perduto i suoi figli nelle ultime tre settimane ha spiegato che di villaggio in villaggio c'è l'eco di una sola parola: Morbillo. "Le persone sono afflitte e disperate e chiedono aiuto".
La crisi continua dal 2010
"Questa situazione è l'ultimo sviluppo di una epidemia continua che tocca l'insieme del paese dal 2010 e che è particolarmente mortale con i bambini al dì sotto dei cinque anni di età" ha spiegato Amaury Grégoire, capo della missione aggiunta di MSF. "E' inaccettabile vedere persone che muoiono ancora di morbillo nel XXI secolo. Esiste un vaccino molto efficace e a buon mercato, che protegge dal morbillo dopo una unica dose. Tuttavia, in Paesi come la RDC centinaia di migliaia di bambini non sono mai stati vaccinati e continuano a morire a causa di una malattia la quale è facile prevenire". Il sistema sanitario è fuori moda per l'ampiezza dei bisogni. Nelle loro attività, le strutture affrontano regolarmente la mancanza di medicinali, e sono anche rapportate a importanti deficit nelle risorse umane qualificate. Il loro accesso e  i loro rifornimenti sono resi estremamente difficili a causa dell'assenza di rotte praticabili.

Congo-Kinshasa - Schiantato a Goma un aereo della Compagnia CAA

Sabrina Carbone
ImmagineUn apparecchio Fokker50 della compagnia aerea africana (CAA), che è una compagnia congolese è caduto a picco questo lunedì, 4 marzo, nel tardo pomeriggio a Goma, capitale provinciale del Nord-Kivu a est del RDC mentre iniziava le manovre di atterraggio per cattive condizioni metereologiche. Secondo le prime informazioni raccolte sul luogo dell'incidente, l'aereo proveniva da Lodja, nel Kasai-Orientale, ed era diretto a Goma. Trenta passeggeri erano a bordo. Cinque corpi sono stati recuperati dalla carcassa dell'apparecchio che è andato completamente distrutto. Tre sopravvissuti sono stati immediatamente condotti in ospedale. L'aereo è caduto su una abitazione sita in un quartiere residenziale presso la sede della Commissione elettorale nazionale indipendente verso le 17:55 ora locale (16:55 GMT). Il servizio della protezione civile a causa del buio e a causa della mancanza di materiale adeguato ha incontrato molte difficoltà nel ritrovare gli altri passeggeri.


Africa, la FAO prende in esame il lavoro dei bambini nel settore dell'allevamento

Sabrina Carbone
ImmagineIl lavoro dei bambini nell'allevamento, è molto esteso e largamente ignorato, cita un primo studio mondiale pubblicato dalla FAO sul lavoro dei bambini nella filiera dell'allevamento. La pubblicazione che porta il titolo Children's work in the livestock sector. Herding and beyond( il Lavoro dei bambini nel settore dell'allevamento e oltre), indica che nell'agricoltura esiste un gran numero di bambini che lavorano. D'altra parte, a livello mondiale, il bestiame rappresenta circa il 40% dell'economia agricola. Secondo la pubblicazione, gli sforzi mirano a ridurre il lavoro dei bambini nell'agricoltura in generale e l'allevamento in particolare richiede la complicità diretta dei Governi, delle cooperative agricole e delle famiglie rurali allo scopo di trovare delle soluzioni alternative a delle pratiche spesso motivate dalla lotta alla sopravvivenza. Lo studio sostiene che il problema dei lavori pericolosi o potenzialmente nocivi sono basati sui minori e nella filiera dell'allevamento ha ricevuto meno attenzione rispetto a altre filiere agricole anche se molti più sforzi sono stati realizzati dalle organizzazioni internazionali, dai Governi dalla società civile e dalle famiglie rurali per lottare contro questo fenomeno. "La riduzione del fenomeno del lavoro minorile nella agricoltura non è solo una questione dei diritti dell'uomo, è anche uno degli elementi suscettibili nel garantire una sicurezza alimentare e uno sviluppo rurale veramente duraturo", ha dichiarato M. Jomo Sundaram, Vice direttore generale della FAO responsabile del Dipartimento dello sviluppo economico e sociale. "Il lavoro minorile silura le opportunità di un decente lavoro da offrire ai giovani, soprattutto quando interferisce con la loro educazione scolastica", ha aggiunto M. Sundaram. "L'importanza crescente dell'allevamento nella agricoltura, gli sforzi spiegati per ridurre il lavoro minorile devono essere concentrati prima nei fattori che conducono a affidare ai minori i lavori nocivi o pericolosi pensando che questo è un mezzo di sopravvivenza delle famiglie rurali povere". Lo studio della FAO compila e analizza le informazioni disponibili a partire dai documentari e dalle consultazioni con le organizzazioni e gli esperti nell'allevamento e nel lavoro minorile. Le conclusioni dello studio hanno alimenteranno i dibattiti durante la terza Conferenza Mondiale sul lavoro minorile che sarà svolta a ottobre prossimo in Brasile.

Criminalità organizzata transnazionale nell'Africa dell'Ovest - Una valutazione delle minacce.

Sabrina Carbone
Questo rapporto fa parte dell'insieme dei numerosi studi che ha condotto l'ONUDC sulle minacce che la criminalità organizzata rivolge al mondo. Questi studi descrivono i meccanismi delle bande, dei flussi illeciti e discute il loro impatto potenziale sul Governo e sullo sviluppo. Il loro ruolo principale è quello di fornire una diagnostica, ma anche di esplorare le implicazioni di questi risultati in termini politici.
Epitome analitica
E' da tanto che l'Africa dell'Ovest stuzzica l'attenzione delle Nazioni Unite, ma è solo di recente che la comunità internazionale ha riconosciuto l'ampiezza del problema che costituisce la criminalità organizzata nella regione. Questa presa di coscienza è ricollocata essenzialmente sul flusso di contrabbando, in questo caso la cocaina, che ha una proporzione così grande che il suo valore di vendita in Europa è superiore al budget della sicurezza nazionale di numerosi Paesi della regione. Un'altra evidente minaccia che riporta alla cocaina è la criminalità organizzata con ben altre forme che mettono comunque in pericolo la stabilità della regione. Questi problemi sono a loro volta la causa e la conseguenza della debolezza del Governo una dinamica che è stata esaminata in questo rapporto. Per meglio comprendere il flusso della cocaina, bisogna addentrarsi nel suo contesto storico. Durante l'ultimo decennio, il mercato mondiale della cocaina ha subito una trasformazione spettacolare. Dopo vari anni di flessioni, il consumo della cocaina negli Stati Uniti D'America ha subito una caduta brutale a iniziare dal 2006, cioè quando è entrata in vigore la strategia sulla sicurezza nazionale in Messico. Al contrario, quella europea è raddoppiata nel corso degli ultimi dieci anni, e la cocaina è più cara in Europa che negli Stati Uniti. I servizi europei di repressione hanno preso coscienza di questa minaccia nel 2000, ed è diventato sempre più difficile introdurre la droga direttamente nel continente europeo. I trafficanti di cocaina in America del sud hanno messo le loro radici in una zona di transito oltre l'Atlantico e hanno scoperto l'Africa dell'Ovest.
Introduzione
Questo rapporto riguarda l'Africa dell'Ovest, un insieme di 16 nazioni che contano circa 325 milioni di abitanti. Tutti questi paesi sono affetti dalla povertà e rientrano tra quelli più miseri del mondo. La regione soffre anche di una instabilità politica, quasi un terzo degli Stati hanno subito un colpo di Stato nel corso degli ultimi quattro anni. La criminalità organizzata in Africa dell'Ovest è diventata un oggetto di preoccupazione internazionale nel 2000 quando considerevoli carichi di cocaina erano stati scoperti in transito verso l'Europa. Ulteriori studi condotti dall'ONUDC hanno rivelato che alcuni problemi della criminalità organizzata transnazionale i quali minacciavano la stabilità e lo sviluppo della regione, comprendono i furti e il contrabbando del petrolio grezzo, il traffico delle armi, la tratta delle persone, il traffico degli emigranti, i rifiuti tossici, le medicine fraudolente, le sigarette, e lo sciacallaggio delle risorse naturali.
Flusso I: Cocaina dalle Ande verso l'Europa, tramite l'Africa dell'Ovest
I pochi flussi transnazionali di contrabbando non hanno suscitato tanta inquietudine quanto quelli della cocaina che transitano attraverso l'Africa dell'Ovest. Nel 2005, era evidente che enormi volumi di droga, rappresentavano miliardi di dollari, ed erano spediti nelle regioni più instabili del mondo.
Flusso II: Metanfetamine dall'Africa dell'Ovest verso l'Asia dell'Est
La complicità dell'Africa dell'Ovest nel mercato transnazionale della droga avviene da almeno 70 anni. Tradizionalmente, dai Nigeriani, del sud est del paese, passava la cocaina e l'eroina in seguito dalle diaspore che vivevano in prossimità delle zone di produzione (come il Karachi, San paolo e Bangkok) verso altre comunità generate dalla diaspora nei paesi consumatori. Le sotto-regioni dell'Africa occidentale avevano in questo traffico un ruolo minore che era limitato a offrire uno scalo aereo o a riciclare i profitti. La situazione cambierà radicalmente quando la regione sarà trasformata in una zona importante per il traffico di cocaina nella metà degli anni 2000. E' senza dubbio poco sorprendente che i trafficanti cercano delle nuove fonti di ritorno, adesso che i profitti generati dalla cocaina hanno iniziato a cedere. Per la prima volta dispongono oggi di elementi di informazione che testimoniano una produzione di stupefacenti su grande scala nell'Africa dell'Ovest. In questo caso parliamo di metanfetamine, una droga che presenta numerosi vantaggi in rapporto alle droghe di origine vegetale.
Flusso III: Traffico illecito degli emigranti dall'Africa dell'Ovest verso l'Europa
Il traffico illecito degli emigranti opera spesso lungo le linee di clivaggio che separano le regioni che hanno dei livelli di sviluppo molto differenti, come nel caso dell'Europa occidentale e dell'Africa dell'Ovest. Ogni anno migliaia di clandestini tentano la traversata del Sahara o quella del Mediterraneo, a dispetto delle enormi difficoltà che possono incontrare, nella speranza di arrivare in Europa. Vengono aiutati, e il fatto di fornire questa assistenza per tirarli in inganno costituisce una infrazione penale del traffico illecito degli emigranti. Fino ad un recente periodo, circa il 9% degli emigranti in situazioni irregolari dettate ogni anno in Europa provenivano dall'Africa dell'Ovest. Questo flusso migratorio è diminuito in virtù della recessione economica, ma può ritornare ad essere ampliata in ogni momento, sotto l'effetto degli avvenimenti geopolitici imprevedibili (come la recente crisi libica). Il mezzo più semplice del suo installo illegale nel territorio di uno Stato è quello di introdursi attraverso un aereo munito di un visto a durata determinata e di restare nel Paese anche dopo che il visto è scaduto il quale è stato rilasciato legalmente, acquisito attraverso dei mezzi fraudolenti o falsificati. Viene ignorata la proporzione esatta degli emigranti clandestini che tentano la sorte, ma secondo le ultime stime, rientrano nell'ordine dal 75 al 90%. I trafficanti guadagnano aiutando i candidati a partire e a procurarsi i visti attraverso i mezzi fraudolenti e spiegano loro come non insospettire gli agenti della polizia di frontiera.
Flusso IV: Traffico delle armi nell'Africa dell'Ovest
Dopo la Guerra fredda, c'è stato un periodo dove l'Africa dell'Ovest riceveva tonnellate di armi di origine straniera. Questa epoca ha avuto termine, quando l'offerta regionale bastava a soddisfare la richiesta locale. Il numero delle guerre civili in Africa è diminuito dopo gli anni 90. Parallelamente, le armi introdotte illegalmente durante questi anni non sono sparite e sono sempre state riciclate all'interno della regione. Le armi che caratterizzano i vecchi conflitti soprattutto nei gruppi desiderosi di fomentare una rivoluzione. Per gli usi correnti, la prima fonte delle armi sembra essere gli stock dei pubblici ufficiali che sono stati comprati legalmente, e poi sono stati immessi nei mercati illeciti. I criminali sembra che possano procurarsi tutto quello di cui hanno bisogno presso le forze di sicurezza locali e comprare o affittare le armi tramite elementi corrotti della polizia e delle forze armate. Le importazioni delle armi non sonorealizzate tramite corrieri clandestini, ma sono attraverso vie commerciali abituali, prima di essere introdotte nei gruppi criminali e nei gruppi ribelli attraverso gli ufficiali corrotti o la complicità del Governo.
Flusso V: Medicinali essenziali fraudolenti dall'Asia del Sud e dell'Est verso l'Africa dell'Ovest
Numerosi flussi di contrabbando analizzati in questo studio possono influire sul corso degli avvenimenti geopolitici su grande scala: Il traffico della cocaina ha accentuato l'instabilità nella Guinea Bissau, il traffico delle armi da fuoco ha suscitato la ribellione nel Nord del Malì, e la pirateria marittima minaccia il commercio nel Golfo di Guinea. Tutti questi esempi dimostrano che la criminalità transnazionale organizzata ha preso delle proporzioni tali che costituiscono oramai una vera minaccia per la sicurezza nell'Africa dell'Ovest. Le conseguenze della importazione dei medicinali essenziali fraudolenti sono lontani dall'essere anche visibili. I benefici che derivano da questo traffico sono troppo frammentari per fare la fortuna del funzionario corrotto, e troppo modesti per suscitare l'interesse dei gruppi armati non statali. Questi effetti sono più sottili e quasi impossibili da misurare: lo stato dei malati è stato degradato, i più poveri muoiono, e come accade in molti casi la stirpe resiste.
Flusso VI: Pirateria marittima nel Golfo di Guinea
Gli atti di pirateria osservati nell'Africa dell'Ovest risultano, essenzialmente dai tumulti legati all'industria petrolifera nella regione. Infatti in seguito alla esplosione del mercato nero del petrolio nell'Africa dell'Ovest, gli attacchi recentemente perpetrati nella regione hanno bersagliato le navi che trasportavano i prodotti petroliferi. Se questi mercati paralleli non esistevano, i pirati non avevano alcun interesse a commettere tali attacchi. Alcuni elementi portano comunque a pensare che il petrolio dell'Africa dell'Ovest può essere esportato di contrabbando fuori dalla regione dell'Africa dell'Ovest. La metà della popolazione dell'Africa dell'Ovest, vive in Nigeria e il paese fornisce più del 50% del PIL della regione. I prodotti petroliferi sono all'origine del 95% degli incassi provenienti dalle valute estere del paese e l'80% di questi incassi derivano dal budget. L'industria petrolifera, che costituisce il primo settore delle attività della regione, è minacciato dopo venti anni dalla criminalità transnazionale organizzata. 
Conclusioni
La cocaina ha suscitato una grande attenzione a livello internazionale ma i problemi della criminalità organizzata che affliggono l'Africa dell'Ovest sono molteplici. Alcuni, come i medicinali fraudolenti, possono costituire una minaccia alla sanità pubblica molto più importante di quella posta dalle droghe illecite. Come anche il traffico delle armi da fuoco possono attivare dei sollevamenti violenti possibili. Inoltre la pirateria legata al petrolio, può essere sviluppata a tal punto da rappresentare dei problemi molto più importanti di quelli che la situazione lascia intravedere. Ognuno di questi problemi richiede una risposta adeguata dal momento che ciascuno dei beni che li riguardano corrispondono a delle fonti di offerta e richiesta distinte. Ciascuno dei flussi studiati in questo rapporto costituisce dei problemi indipendenti, ed è tutto possibile a causa della debolezza dello stato del diritto. Questa debolezza rende la regione vulnerabile a ogni sorta di contrabbando.



Congo-Kinshasa – Per le N. U, l’accordo internazionale della pace adottato ad Addis Abeba è un “debutto”

Sabrina Carbone
00231497-cbe9210b9e9d0e2ed5a711292c411725-arc614x376-w290-us1L’accordo quadro destinato a riportare la pace nell’Est della Repubblica democratica del Congo è stato firmato questa domenica, 24 febbraio, dalla maggior parte dei capi di Stato africani. Il segretario generale delle NU Ban Ki-moon ha salutato l’accordo e ha anche sottolineato: “Non è che l’inizio di un approccio globale e avrà bisogno di un impegno sostenuto”. Il documento vieta ai paesi stranieri di sostenere i movimenti ribelli. Questa volta, l’accordo è stato adottato. Questa domenica, 24 febbraio, undici Paesi africani hanno firmato a Addis Abeba l’accordo quadro destinato a riportare la pace nell’Est della Repubblica democratica del Congo (RDC), regione minata da oltre dieci mesi da nuove violenze. La firma del patto prevista all’origine del mese scorso, è stata rinviata per chiarire la questione del comando della nuova forza regionale che dovrà essere spiegata nell’Est del RDC per combattere contro i gruppi armati installati nella regione.
“Il debutto di un approccio globale”
Il segretario generale delle NU, Ban Ki-moon, presente alla cerimonia della firma, ha elogiato questo accordo sottolineando: “E’ il debutto di un approccio globale che avrà bisogno di una diligenza sostenuta dai paesi della regione per placare questa zona ricca di risorse minerarie e disastrata da numerose ribellioni. Il Presidente della RDC, dell’Africa del Sud, del Mozambico, del Ruanda, del Congo e della Tanzania sono arrivati a Addis Abeba in vista della firma di questo accordo. Erano anche presenti, i rappresentanti dell’Uganda, dell’Angola, del Burundi, del Centro-Africa e dello Zambia.
Il documento incoraggia una serie di riforme
Il documento vieta ai Paesi stranieri di sostenere i movimenti ribelli e incoraggia una serie di riforme in vista della instaurazione di uno Stato del diritto nell’Est del RDC dove le istituzioni governative sono particolarmente deboli, secondo le fonti vicine al dossier. Il Ruanda e l’Uganda sono stati accusati in particolare di sostenere il Movimento M23 che ha per un breve periodo conquistato Goma la principale città dell’Est del RDC alla fine del 2012, prima di accettare di ritirarsi in cambio dell’apertura dei negoziati con il regime di Kinshasa. I due Paesi comunque smentiscono una complicità con il RDC.
“Scrivere una pagina più gloriosa di quella degli ultimi due decenni”
Il Presidente ruandese, Paul Kagame, ha assicurato da parte sua, ” di approvare senza riserve” l’accordo di Addis Abeba, perchè ” da tale avanzata reale verso la pace regionale e la stabilità il Ruanda ne trae solo beneficio”. Allo stesso tempo ha fatto appello a “unirsi con sincerità ai reali problemi dei diritti, della giustizia e dello sviluppo e a trovare delle reali soluzioni per il popolo che aspetta dalle autorità un ruolo dirigente”, infine ha fatto una allusione apparente all’assenza dello stato di diritto nell’est del RDC e al trattamento riservato in questa regione alla minoranza tutsie, che ha stretti legami con il vicino Ruanda.



Zambia - Lacune nella sicurezza minacciano i lavoratori delle miniere di rame
Sabrina Carbone
ImmagineIn Zambia, i lavoratori del settore minerario del rame continuano a essere esposti agli abusi, ha dichiarato Human Ruight Watch oggi, mercoledì 20 febbraio 2013. Nuove ricerche realizzate da HRW hanno rivelato che il Governo del Presidente, Michael Sata, durante il suo mandato a settembre del 2011, aveva promesso di dare priorità ai diritti sul lavoro, avanzando alcuni progressi e sostenendo la sorveglianza nelle miniere, ma l'applicazione delle leggi nazionali sul lavoro concepite per proteggere i diritti dei lavoratori resta insufficiente. A novembre del 2011, HRW, aveva pubblicato un rapporto che descrive le violazioni dei diritti sul lavoro nel quadro delle filiali zambiane della China Non-Ferrous Metal Mining Corporation (CNMC), una impresa pubblica rilevata dall'organo esecutivo supremo della Cina, il Consiglio di Stato. Nel quadro del suo studio realizzato a ottobre del 2012, Human Rights Watch aveva constatato che una parte di queste filiali della CNMC avevano operato dei progressi notevoli sul piano della riduzione delle ore lavorative e il rispetto della libertà di associazione, ma aveva notato anche che i minatori continuavano a essere rapportati a delle pietose condizioni di sanità e di sicurezza come anche sottoposti alle minacce della direzione se cercavano di far valere i loro diritti. Il Governo dello Zambia non è intervenuto come doveva essere per sedare questi problemi, ha sottolineato HRW. "Il Presidente Sata aveva condotto una campagna populista basata sulla protezione dei lavoratori, la mancanza di un progresso significativo nel settore minerario è risultato deludente" ha spiegato Daniel Bekele, direttore della divisione Africana della Human Rights Watch. "Sebbene le filiali della CNMC avevano rimediato ad alcune violazioni dei diritti sul lavoro decretati da Human Right Watch nel 2011, i minatori sono ancora esposti a importanti rischi sul piano della sanità e della sicurezza".

Madagascar - Il programma "Pasti caldi" è stato sospeso
Sabrina Carbone
A causa della presenza del batterio Escherichia Coli o comunemente detto E. coli riscontrato in alcuni alimenti serviti ai bambini che beneficiano del programma "Pasti caldi", detto programma è stato sospeso. L'Escherichia Coli è un batterio che vive nel tratto digestivo di noi esseri umani, ma anche di diversi animali. Qualsiasi cibo che entra in contatto con la carne cruda può infettarsi e a sua volta infettare noi, può accadere per esempio bevendo acqua o cibo contaminato dalle feci degli esseri umani o degli animali. Il programma dei "Pasti caldi" nelle scuole delle Zone di educazione prioritaria (ZEP) è stato sospeso con effetto immediato a Mauritius. La decisione è stata presa dopo una riunione tenuta presso il Ministero dell'Istruzione mauriziana. Le analisi dimostrano il rischio di intossicazione in più scuole. Prontamente, una riunione è stata convocata, sabato, 16 febbraio, nel pomeriggio, presso il Ministero dell'Istruzione di Phoenix. L'obiettivo era quello di prendere conoscenza dei risultati delle analisi effettuate nelle scuole di ZEP in più regioni dell'isola sulla scia dei casi di intossicazione alimentare che hanno infettato un centinaio di bambini della scuola primaria di Bambous, giovedì, 7 febbraio 2013. Il risultato di queste analisi dimostra la presenza del batterio E. Coli. Ciò lascia credere che le norme igieniche non sono state rispettate durante la preparazione dei pasti. Questi risultati hanno dunque spinto il Ministero a sospendere temporaneamente, questo programma.
ALTERNATIVA
"In seguito ai casi di intossicazione alimentare presso la scuola di Bambou A e in seguito ai risultati delle analisi approfondite effettuate dal Ministero della Sanità, dove viene confermata la presenza del batterio E.Coli con un tasso che oltrepassa le norme accettabili in alcuni campioni, il Comitato ha deciso di revocare la distribuzione dei pasti caldi, con effetto immediato, in tutte le scuole ZEP. Nel frattempo, le disposizioni informano che saranno serviti in alternativa dei pasti composti da pane, burro, formaggio, e frutta agli alunni, a partire da lunedì 18 febbraio fino a nuovo ordine", dichiara il Ministero dell'Istruzione in un comunicato emesso sabato 16 febbraio. Il Ministero dell'Istruzione precisa che nell'ottica, "di una eventuale ripresa del programma dei pasti caldi nelle scuole ZEP" saranno imposte nuove condizioni in cucina.

Congo-Kinshasa: Punia ripresa dalle forze regolari
Sabrina Carbone
00210409-06461b54e2f7aa931e53549064085b0a-arc614x376-w614-us1Nella Repubblica democratica del Congo, la località di Punia è di nuovo sotto il controllo delle Forze armate delle Repubblica democratica del Congo (FARDC). Questa località di Maniema ricca di miniere, era stata conquistata sabato, 16 febbraio, dalle milizie dei Raia Mutomboki, un gruppo che affronta regolarmente l'armata. L'affronto ha riportato due decessi. I rinforzi del FARDC, venuti dalla provincia orientale, hanno conquistato la città di Punia (a est della RDC) nella tarda mattinata di domenica 17 febbraio. Il nuovo capo delle forze terrestri, il Generale Olenga, ha organizzato la contro offensiva. Secondo il portavoce del Governo, Lambert Mende Omalanga, durante i loro combattimenti per la ripresa del controllo della città dalle forze regolari non sono mancati danni umani. Punia era stata occupata sabato, 16 febbraio, dagli uomini armati, reclama il gruppo Raia Mutomboki, i quali hanno accusato l'armata regolare di infastidire la popolazione locale, e hanno aggiunto che non hanno opposto resistenza al potere di Kinshasa. Tuttavia secondo Lambert Mende Omalanga, le loro motivazioni sono tutt'altro . " Sono i giacimenti minerari di questa città che, come in altre contrade del paese, sono ambiti dai vari gruppi armati". Lambert Mande Omalanga, portavoce del Governo della Repubblica democratica del Congo (RDC) ha asserito: "Queste persone vogliono prendere possesso di queste miniere, e parlano di politica perchè non è giustificabile moralmente dichiarare che hanno ucciso persone solo per le risorse naturali".

Marocco: Amnesty International a difesa dei diritti dei marocchini di decidere dei loro corpi.
Sabrina Carbone
Amnesty international ha scelto il giorno di San valentino, 14 febbraio, per celebrare la Festa degli innamorati e per lanciare la sua nuova campagna "Il mio corpo, i miei diritti" che mira a istituire i diritti di riproduzione e sessuali delle donne. Questa campagna che è un grido contro la violenza sulle donne, testimonia che un miliardo di donne, cioè una donna su 3 nel mondo è stata violentata, percossa o ha subito degli abusi, o meglio un miliardo di madri, ragazze, sorelle, compagne e amiche hanno subito delle violenze, e il  8 marzo è l'occasione per celebrare la Giornata internazionale delle donne. Alla sessione marocchina di Amnesty international, il tema è stato centrato sugli obiettivi che sono stati chiaramente annunciati. "Il mio corpo, i miei diritti" è anche e soprattutto una campagna che vuole far capire che la donna è responsabile del suo corpo. "Attraverso questa mobilitazione mondiale alla quale ha aderito anche Amnesty Rabat, facciamo appello ai Governi di proteggere e di promuovere i diritti sulla riproduzione e sulla sessualità delle donne, attraverso l'informazione, la sensibilizzazione, e l'educazione sessuale. In Marocco è stato fatto poco per le donne che muoiono in strada, o in ospedale dove vanno a dormire. Molte ragazze, o ragazze madre, hanno scoperto di essere in fase di gestazione a causa di una malsana educazione sessuale. C'è ancora troppa violenza riguardo a questo tema. Le marocchine, come tutte le altre donne del mondo, devono decidere del loro corpo. Tutto questo è parte integrante dei diritti umani della donna. "Qui è altrove continuano a rifiutare questo diritto a metà della società, in nome della religione, e delle credenze ancestrali" spiega Touria Bouabid, coordinatrice del programma educazione ai diritti umani in Amnesty International del Marocco. "Milioni di donne muoiono a causa di politiche pubbliche inefficaci".

Guinea: Accusato di tortura da 10 anni, il Comandante Resco Camara incolpato

Sabrina Carbone
Il Governatore del Conackry, Sékou Resco Camara, è stato incolpato e ascoltato giovedì, 14 febbraio, dal tribunale di prima istanza di Dixinn. Secondo un informe della FIDH, l'accusato ha risposto a lungo alle accuse di tortura pronunciate contro di lui, e contro il Generale Nouhou Thiam, anziano capo dello stato maggiore delle Forze Armate e contro il Comandante Aboubacar Sidiki, anziano aiuto capo del Generale Sékouba Konaté. La Federazione Internazionale per la difesa dei diritti dell'uomo ha elogiato "questa importante avanzamento" raggiunto nell'inchiesta giudiziaria che riguarda i casi di tortura commessi a Conakry a ottobre del 2010. Souhayr Belhassen, Presidente della FIDH ha sostenuto che l'accusa del Governatore è un segnale importante nella lotta contro l'impunità. L'apertura dell'inchiesta avvenuta a maggio del 2012 e l'audizione delle parti civili, hanno dato alle vittime la speranza di ottenere giustizia. L'accusa di un alto responsabile è una nuova tappa cruciale in questa indagine giudiziaria" ha continuato Souhayr Belhassen. Per Thierno Maadjou Sow, Presidente della OGDH, "Nessuno è al di sopra della legge nemmeno le stesse Forze dell'ordine. Nella memoria della difesa dei diritti dell'uomo in Guinea, non è ricordato un processo così celere per dei fatti così gravi che vede coinvolti gli alti responsabili militari" ha proseguito. Patrick Baudouin, Presidente d'onore della FIDH, ha sottolineato che questa accusa non è che una prima tappa. "L'accusa di Camara, che beneficia della presunzione legale di innocenza e che andrà a difendersi in questo processo, è una prima tappa". Bisogna ancora stabilire chi sono gli altri responsabili, compresi quelli che appartengono a una gerarchia inferiore, allo scopo di concludere l'istruttoria e arrivare a un processo giusto e equo in termini logici", ha precisato Baudouin. A ottobre del 2010, secondo le informazioni trasmesse dalla giustizia, le guardie vicine al Presidente a interim della transizione avevano arrestato e detenuto arbitrariamente numerose persone che erano state sottoposte a degli atti di tortura in presenza e secondo le istruzioni, di Sékou Resco Camara, del Generale Nouhou Thiam e del Comandante Aboubacar Sidiki Camara, ha concluso De Gaulle.

Crisi in Somalia


Sabrina Carbone
ImmagineUn nuovo rapporto descrive la fame, la violenza, e la migrazione della popolazione. Un rapporto pubblicato mercoledì, 13 febbraio, dai Medici Senza Frontiere mette in risalto la violenza, la migrazione del popolo e le penurie delle derrate alimentari, gli aspetti importanti e ricorrenti del paesaggio umanitario in Somalia. Il rapporto dal titolo "Hear my voice" (solo in inglese), riporta le testimonianze di oltre 800 pazienti somali che frequentano le strutture mediche di MSF in Somalia e i campi dei rifugiati etiopi. I pazienti descrivono un sentimento ricorrente di grande vulnerabilità e la loro lotta costante per colmare i bisogni essenziali come la nutrizione, le cure sanitarie e la protezione dalla violenza. "Mentre il Governo somalo e la comunità internazionale hanno una visione futura più promettente per la Somalia, centrata sulla stabilità e lo sviluppo, noi non possiamo dimenticare che migliaia di persone sono sempre esposte a una violenza e che loro hanno disperatamente bisogno di aiuti urgenti", ha spiegato Joe Belliveau, responsabile delle operazioni presso MSF.
LA NECESSITA' DI UN AIUTO UMANITARIO INDIPENDENTE
Più della metà delle persone interrogate hanno lasciato le loro case e quasi metà di loro hanno subito delle violenze e vivono nella paura di essere aggrediti a causa della loro migrazione. Un terzo degli sfollati sono partiti a causa di una penuria delle derrate alimentari. "Manca la sicurezza, il nutrimento, l'umanità, la libertà e il fatto di essere separati dalle loro famiglie sono le prove più difficili da superare. Sono stata sfollata più di dieci volte in vita mia. Mio marito è morto durante un attacco e i miei due figli sono deceduti per malnutrizione" racconta una donna di 25 anni di Djouba. "Hear my voice" sottolinea l'importanza di continuare a offrire un aiuto umanitario alle numerose regioni del centro-sud della Somalia e di assicurare che la sua dimora autonoma resti indipendente da ogni influenza politica.
MSF in Somalia
MSF lavora assiduamente in Somalia dal 1991 e non riceve da nessun Governo o da altra istituzione i finanziamenti per i suoi progetti nel Paese. Malgrado una riduzione delle sue attività durante gli ultimi due anni per ragioni di insicurezza e per gli attacchi contro chi opera in MSF, l'organizzazione continua a fornire le cure mediche a centinaia di migliaia di somali nelle dieci regioni della Somalia come anche nei paesi vicini quali il Kenia e l'Etiopia. Il 13 ottobre 2011, due membri del MSF, Montserrat Serra e Blanca Thiebaut, sono stati prelevati dai campi profughi a Dadaab, in Kenia. MSF crede che i due colleghi sono prigionieri in Somalia e reclama la loro scarcerazione senza nessuna condizione.

Il commercio mondiale delle armi contribuisce allo sfruttamento dei bambini e delle bambine soldato
Sabrina Carbone
ImmagineDetenere l'uso dei bambini e delle bambine soldato nei conflitti è una delle poderose ragioni per le quali gli Stati devono adottare un Trattato solido sul Commercio delle Armi (TCA), ha affermato Amnesty International in occasione del Giorno Internazionale contro l'uso dei bambini e delle bambine, che è stato celebrato il 12 febbraio. In Malì e in più di 20 Paesi, la cattiva amministrazione del transfert internazionale delle armi continua a contribuire al reclutamento e all'impiego, nelle ostilità, dei bambini e delle bambine soldato minori di 18 anni, nei gruppi armati e in alcune occasioni nelle forze governative. A marzo ha avuto luogo la ronda finale dei negoziati sul TCA nelle Nazioni Unite, e Amnesty International ha chiesto a tutti gli Stati di adottare un Trattato solido, con regole efficaci di protezione dei diritti umani. "Le recenti indagini nel territorio del Malì da parte di Amnesty International, hanno rivelato una volta di più l'orrore che vivono i bambini e le bambine soldato che sono reclutati in numerosi conflitti di tutto il mondo per appoggiare le truppe e i gruppi armati, nelle prime linee di fuoco" ha commentato Brian Wood, direttore di Armi Sotto Controllo e Diritti Umani di Amnesty International. "Il Trattato sul Commercio delle Armi lo devono esigere i Governi allo scopo di impedire il trasporto delle armi che vengono utilizzate per perpetrare atti di violenza contro i bambini, e includere norme che frenano il flusso delle armi che vanno a finire nelle mani delle forze governative e nei gruppi armati responsabili di crimini di guerra o gravi abusi contro i diritti umani. Tuttavia, le leggi che includono l'attuale progetto del Trattato non sono sufficientemente solide". Una forte maggioranza di Stati nel mondo rifiutano il reclutamento e l'uso dei minori di 18 anni da parte delle forze o dei gruppi armati, e che per partecipano ai conflitti rubano l'infanzia ai bambini e alle bambine esponendoli a terribili pericoli, e anche a sofferenze fisiche e psicologiche. Oltre alla tragedia che presupponiamo perpetrerà gli abusi contro i diritti umani, molti bambini e bambine muoiono, rimangono mutilati o sono vittime di violenze o altri atti di violenza sessuale.
L'IMPIEGO DEI BAMBINI E DELLE BAMBINE SOLDATO NELLA ATTUALITA'
Da gennaio 2011 vengono usati bambini e bambine soldato in almeno 19 Paesi, informa la coalizione mondiale della ONG Child Soldiers International, di cui Amnesty International è membro. Uno di questi Paesi è il Malì, dove nelle ultime settimane una delegazione di Amnesty International ha intervistato testimoni e i bambini reclutati dai gruppi armati islamisti che attualmente combattono contro le forze del Malì e francesi nel Nord del Paese. Nella città di Diabaly, sita a circa 400 chilometri a nordest della capitale del Paese, Bamako, varie persone, tra le quali il vice sindaco, hanno affermato di aver visto bambini di età compresa tra i 10 e i 17 anni con gruppi armati islamisti che controllavano la zona. "I bambini portavano carabine e uno di loro era così piccolo che in varie occasioni lo trascinava" ha raccontato un testimone. Più a sud, a Segou, Amnesty International ha interrogato due bambini soldato, uno dei quali mostrava segni di perturbazione mentale. L'altro di 16 anni, ha riferito che lo avevano fatto prigioniero e poi lo hanno rilasciato alle autorità del Malì quando le truppe francesi e del Malì hanno riconquistato Diabaly, a fine gennaio. Il più piccolo a colloquio con Amnesty International ha ragguagliato sul suo arruolamento forzato e il suo addestramento nel gruppo armato islamista. "Studiavamo con altri 23 alunni con un maestro coranico. Due mesi più tardi, il nipote del mio maestro ci aveva venduti agli islamisti e ci hanno aggregato a un gruppo di altri 14 giovani che portavano armi. All'inizio sono andato a lavorare in cucina. Cucinavamo in una Chiesa cristiana occupata dagli islamisti. I ribelli ci colpivano (con una cinta di gomma) durante le lezioni di Corano perchè volevano che lo pronunciavamo in arabo come loro. Ci addestravano per sparare puntando al cuore o ai piedi. Prima del combattimento, dovevamo mangiare riso mescolato con una polvere bianca e una salsa con polvere rossa. Ci facevano anche delle iniezioni a me ne hanno fatte tre. Dopo queste iniezioni e dopo aver mangiato il riso con la polvere diventavo una macchina, potevo fare qualsiasi cosa per i miei padroni. Vedevo i nostri nemici come cani e l'unica cosa che avevo in mente era di sparare contro di loro". Il ragazzo ha raccontato a Amnesty International che durante i combattimenti per riprendere il controllo di Diabaly, in mano dei gruppi armati islamisti, erano morti quattro soldati. Le forze militari del Malì e francesi hanno liberato la città tra il 20 e il 21 gennaio di quest'anno. L'organizzazione suppone che le milizie appoggiate al Governo del Malì, hanno anche loro reclutato bambini soldato, ma finora non c'è nessun caso documentato. Negli ultimi anni, Amnesty International ha anche documentato e denunciato l'uso di bambini e bambine soldato in molti altri Paesi, come la Repubblica Centroafricana, il Chad, la Costa D'Avorio, la Repubblica Democratica del Congo, lo Sri Lanka, la Somalia e lo Yemen.
COME PUO' IL TRATTATO AIUTARE A LENIRE IL COMMERCIO DELLE ARMI

Uno dei 150 Paesi, e tra questi il Malì, si sono già compromessi, in virtù del Protocollo Facoltativo della Convenzione sui Diritti del Bambino, che proibisce la partecipazione dei minori di 18 anni nei conflitti armati. Il reclutamento o l'uso di bambini o bambine soldato minori di 15 anni per partecipare attivamente alle ostilità costituisce un crimine di guerra. Un TCA solido può aiutare a mettere fine al reclutamento forzato dei bambini e delle bambine soldato, a detenere il flusso delle armi che finiscono nei gruppi armati e nei Governi che commettono abusi contro i diritti umani. Le regole che propone l'attuale testo del progetto TCA per contribuire a impedire il trasferimento delle armi agli Stati o ai gruppi che impiegano bambini e bambine soldato sono poco solide. Le norme del Trattato destinate a fomentare il rispetto al diritto internazionale umanitario e dei diritti umani sono burle, perchè ciò che fà riferimento alla violenza contro i minori esige semplicemente che lo Stato "Tenga conto della possibilità di prendere misure vitali" e quelle che cercano di impedire il dirottamento delle armi sono poco energiche e non si occupano per esempio delle munizioni. Amnesty International fà pressione allo scopo di colmare queste lacune e affinchè le leggi del TCA esigano dagli Stati Membri del Trattato che venga impedito il trasferimento delle armi che possono contribuire a commettere atti di violenza contro i bambini e le bambine, come il reclutamento e l'uso dei bambini e delle bambine soldato.


Congo-Kinshasa - Human Right Wach accusa l'Esercito e M23 di crimini di guerra

06/02/2013
Sabrina Carbone
00231178-41041d902ae01d39a9b9fcf89bc2276b-arc614x376-w290-us1I ribelli del M23 e i militari dell'Esercito congolese hanno violentato dozzine di donne e commesso altri crimini di guerra durante l'occupazione della città di Goma a novembre del 2012, ha dichiarato Human Right Watch(HRW) in un comunicato pubblicato martedì, 5 febbraio, a Goma nel Nord-Kivu. Per questo motivo ONG, in risposta alla crisi nell'Est del paese e in proiezione della ribellione del M23 dopo il mese di maggio del 2012 ha posto l'accento sulla giustizia per garantire la fine reale delle impunità. HRW afferma di aver documentato almeno 24 casi di esecuzioni sommarie commesse dai combattenti del M23 durante l'occupazione di Goma avvenuta tra il 20 novembre e il 1 dicembre del 2012. Tutte le vittime, salvo tre, erano civili, come informa la stessa fonte. Questa ONG a difesa dei diritti dell'uomo ha indicato anche di avere documentato almeno 66 casi di violenza femminile e di giovani ragazze violentate dai militari dell'Esercito congolese (FARDC). I fatti sono avvenuti tra il 20 e il 30 novembre del 2012 a Minova e nelle località di Bwisha, Buganga, Mubimbi, Kishinji, Katolo, Ruchunda e Kalungu. Tra le vittime, sono presenti donne di sessant'anni e giovani donne di appena tredici anni, ha precisato HRW. Carina Tersakian, responsabile di Human Right Watch per la regione dei Grandi Laghi, ha deplorato l'impunità della quale godono gli autori di queste atrocità. "A nostro avviso, uno dei problemi principali che continuano ad alimentare queste violenze nell'Est del Congo, è quello dell'impunità. In primo luogo, chiediamo ai dirigenti del M23 e alle autorità congolesi sia militari che giudiziare di condurre delle inchieste approfondite su questi presunti crimini e di fermare e giustiziare i responsabili". Secondo ONG, le trattative che hanno avuto luogo attualmente tra il Governo congolese e i ribelli del M23 dovranno integrare la questione delle azioni giudiziare contro gli autori dei crimini di guerra. "Chiediamo loro di fare tutto il possibile per assicurare che emerga un accordo da questi negoziati ( per quanto possibile), prevedere che i responsabili dei gravi crimini di guerra vengano condannati e soprattutto che i capi dei ribelli che sono stati coinvolti in questi crimini di guerra gravi non siano più ricompensati o serviti all'interno dell'armata" ha concluso Carina Tertsakian

Egitto - Il comportamento della Polizia verso i manifestanti contraddice la dignità umana

Sabrina Carbone

00221938-68ef62ae8006579f159df013da3deb7e-arc614x376-w290-us1La Presidenza condanna la sequenza video che mostra il comportamento delle forze di Polizia contro i manifestanti, in contraddizione alla dignità umana e violando i diritti dell'uomo, ha dichiarato sabato, 2 febbraio, la Presidenza alla Stampa. La Presidenza e tutti gli organi statali hanno messo in vigore le garanzie menzionate nella Costituzione egiziana che vieta la tortura, le minacce, la violenza, e la sottomissione alle tolleranze fisiche e mentali acute, ha aggiunto il comunicato. Inoltre la Presidenza ha logiato il comunicato del Ministero degli Interni, riaffermando che è un caso isolato che non esprime la dottrina del Dicastero e che a riguardo aprirà un'inchiesta. Infine, la Presidenza della Repubblica ha denunciato "gli atti vandalici" che hanno oltraggiato le manifestazioni di venerdì e il comunicato evoca anche delle possibili "violazioni della libertà civile". "La Presidenza non tollera tali abusi" sottolinea il comunicato "come riporta il video, durante lo scontro tra i manifestanti e la Polizia, un civile è stato trascinato e picchiato dalla Polizia, e il Ministero degli Interni, ha aperto un'indagine sul caso".

Africa del Nord - La lotta al terrorismo in Africa del Nord tra le priorità degli Stati Uniti
1 febbraio 2013 - Par Amar Rafa
Sabrina Carbone
Il futuro segretario americano alla Difesa, Chuck Hagel, ha dichiarato lo scorso giovedì, 31 gennaio, davanti al Congresso, che la lotta al terrorismo in Africa del Nord è una delle maggiori priorità, ricordando l'attacco terroristico all'impianto a gas a In Amenas e agli ultimi avvenimenti accorsi in Malì. Nella sua dichiarazione tenuta davanti alla Commissione delle forze armate del Senato, Hagel, che è stato recentemente eletto dal Presidente Barack Obama leader del dipartimento della Difesa, ha sottolineato che il ritiro delle truppe militari americane dall'Iraq e dall'Afganistan non significa che le minacce che il mondo affronta "sono diventate meno pericolose o meno complesse". Infatti, ha aggiunto, "E' tutto il contrario", sostenendo che l'attacco terroristico all'impianto a gas a In Amenas e gli ultimi avvenimenti in Mali " richiamano a questa realtà". Affrontando le questioni sulla sicurezza mondiale, l'anziano senatore del Nebraska ha spiegato che se gli Stati Uniti " non esitano ad agire, in caso di necessità, unilateralmente" in compenso loro lavorano "in stretta collaborazione con i loro alleati e i loro partners" per rafforzare la sicurezza. A tal proposito, Chuck Hagel, all'età di 66 anni, che ha subito una offensiva provocata dalle potenti lobby pro Israele contro gli Stati Uniti (Aipac) il cui scopo era quello di tentare di affondare la sua nomina al Pentagono, ha confermato che continuerà ad avanzare gli sforzi già intrapresi dal Governo Obama " per rafforzare le alleanze e i partenariati sugellati con il mondo". Presentando le sue priorità, Hagel ha reso noto che in seguito alla sua carica di segretario alla Difesa, controllerà che "Gli Stati Uniti continuino a fare pressione sulle organizzazioni terroristiche che tentano di insediare le loro organizzazioni nel mondo intero, come per esempio è successo nello Yemen, in Somalia e nel Nord Africa".

MSF continua la sua attività in Malì
Sabrina Carbone
ImmagineTre settimane dopo il debutto delle operazioni militari nel nord del Malì, Medici Senza Frontiere (MSF) continua a lavorare nella regione di Mopti,Gao, Ansango, Konna, Dounteza e Tombouctou, fornendo le cure mediche vitali e la chirurgia d'urgenza ai pazienti.
Fornire l'essenziale delle cure mediche primarie e secondarie
A Konna, zona cerniera tra il nord e il sud del Mali dove MSF ha avuto accesso la scorsa settimana, lo staff medico ha già effettuato più di 600 visite. E' stato allestito un nuovo centro sanitario dopo che il personale medico aveva perduto la sola struttura medica nella città, MSF ha curato quattro pazienti, tre dei quali sono bambini rimasti feriti dopo aver giocato con delle munizioni non esplose. I bambini sono stati ricoverati nel centro di Konna e successivamente trasferiti all'ospedale di Sévaré per continuare i trattamenti. Più a nord, a Douentza, MSF ha continuato a lavorare nell'ospedale della città. L'équipe medica è rimasta nell'ospedale tutto il giorno durante gli intensi bombardamenti nella città e ha realizzato circa 450 visite mediche a settimana. Attualmente la situazione è più calma, il numero delle visite ebdomadarie sono aumentate di poco, riportando una media di 500 visite a settimana. I medici hanno anche curato tre pazienti rimasti feriti dalle pallottole del 29 gennaio, e hanno trasferito un ferito all'ospedale di Sévaré. Le cliniche ambulanti restano sospese a causa della presenza di mine nella regione. MSF ha comunque aumentato la sua capacità di interventi chirurgici e approvvigiona le sue forniture mediche allo scopo di rafforzare i servizi medici. A Tombouctou, le attività mediche sono in corso, in pediatria, in ostetricia, nei casi urgenti e per le cure mediche. Negli ultimi venti giorni, MSF ha curato quasi 30 feriti presso l'ospedale di Tombouctou. Dopo gennaio, lo staff che opera nel territorio, ha avanzato circa 9000 visite mediche regolari nella regione. Forniture mediche e medicinali sono stati rilasciati ai nove centri che MSF sostiene nella regione di Tombouctou. MSF lavora nella regione di Tombouctou da oltre dieci mesi e continua a curare un gran numero di pazienti. Nel 2012 MSF ha assicurato 50.000 visite mediche (circa un terzo compreso i casi di malaria), ha ospitato 1.600 persone e ha effettuato più di 400 operazioni chirurgiche.
Attività a Gao
MSF lavora in due centri di sanità siti dentro la città e nelle zone limitrofe di Gao, nelle comunità di Wabaria e Sossokoira. Le attività di Chabaria, sono state temporaneamente sospese per problemi di sicurezza. Ogni giorno, lo staff medico effettua circa una sessantina di visite mediche in ogni centro. Questo numero è rimasto stabile da quando i conflitti sono aumentati, ma MSF ha dovuto sospendere le sue attività cliniche ambulanti per i casi urgenti, che non potevano attendere nelle basi mediche. Più a sud a Ansongo, MSF ha prestato delle cure primarie e secondarie, come anche interventi chirurgici, all'ospedale locale, assicurando la consegna delle medicine e permettendo ai medici di poter agire con prontezza nei casi di afflusso di feriti.
Preoccupazione per i rifugiati
L'Organizzazione delle Nazioni Unite, ha registrato 380.000 cittadini del Malì fuggiti nell'interno o che vivono come rifugiati nei Paesi vicini dall'inizio del 2012. L'agenzia indica che oltre 150.000 rifugiati hanno continuato a fuggire verso la Mauritania, il Niger, Burkina Faso e l'Algeria, e circa 6.000 nuovi rifugiati sono stati registrati in Mauritania, nel Niger e a Burkina Faso a gennaio.

Mauritius - Sodomizzano le donne per punirle

Sabrina Carbone
Numerosi casi di sodomia sono stati registrati a Mauritius nel 2012, e questo spesso è il risultato della vendetta inflitta su alcune donne. Il personale della polizia, costituito da molte donne, non è stato risparmiato in questo Paese insulare dell'Africa australe. Due casi hanno attirato l'attenzione: quello di una donna ufficiale di polizia sodomizzata dal suo superiore gerarchico, il capo ispettore, denunciato presso il Tribunale e l'altro sempre una poliziotta, membro della "Special Supporting Unit" unità anti sovversiva dell'isola Mauritius, che è stato ugualmente considerato un caso di sodomia nei confronti di una delle loro colleghe. Ma gli imputati durante la difesa, hanno sostenuto che la controparte femminile era consenziente. Tuttavia, l'arringa non ha trovato una giustificazione in quanto espresso, perchè nell'isola la legge dichiara che la sodomia, che sia essa voluta o forzata, è un delitto. In effetti la sodomia, omosessuale o no, è proibita dall'articolo 250 del Codice penale. Questo articolo dichiara che: "Ogni persona che è colpevole di sodomia o di zoofilia (rapporto sessuale con gli animali) è condannata a scontare una pena di 5 anni di reclusione. Nell'isola Mauritius, la sodomia resta comunque una forma di violenza coniugale. Schiaffeggiare la propria moglie o il suo partner e sodomizzarli è diventata una pratica corrente come testimoniano numerosi casi denunciati presso le autorità dell'isola nel corso di questi ultimi anni. Una donna che viveva a Port-Louis, la capitale dell'isola ha esposto denuncia contro suo marito, che l'aveva sodomizzata dopo una violenta lite. Tuttavia se questa donna ha avuto il coraggio di denunciare il caso, molte donne preferiscono tacere per non essere macchiate o per paura di rappresaglie. Ma non sono solo le donne a subire la sodomizzazione, anche alcuni minatori sono stati vittime di sodomia. Da gennaio a settembre 2012 sono stati registrati 151 casi di abusi sessuali su minori denunciati alla polizia e di questi 64 casi sono stati inflitti su minori di 16 anni.

Malì- Il Consigliere speciale per la prevezione dei genocidi lancia l'allarme sui rischi delle rappresaglie contro i Tuaregs e gli Arabi

Sabrina Carbone

ImmagineConsigliere speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi ha attirato, venerdì 1 febbraio, l'attenzione sui rischi apportati dalle rappresaglie contro la popolazione civile dei tuaregs e degli arabi nella regione di Tombouctou, Kidal e Gao, siti a nord del Mali. "Se la liberazione delle città, antecedentemente sotto il controllo dei gruppi ribelli e degli estremisti, ha suscitato delle speranze presso le popolazioni, sono preoccupato per il rischio legato alle rappresaglie contrariamente a quello che pensano i civili del Tuareg e agli arabi" dichiara allarmato Adama Dieng. Il nord del Mali è caduto nelle mani dei gruppi islamisti radicati tra le forze governative e ribelli del Touareg alla fine di gennaio del 2013. L'11 gennaio, le forze francesi hanno lanciato una operazione militare che ha appoggiato l'armata del Malì per aiutare a riconquistare la regione, provocando una ondata migratoria delle popolazioni civili. Il discorso del Consigliere speciale, è giunto in seguito agli allegati che testimoniano le gravi violazioni dei diritti dell'uomo commessi dall'armata del Malì, comprese le esecuzioni sommarie e le sparizioni, a Sévaré, a Mopti, a Niono e in altre città vicine alle zone dei combattimenti. "Saranno realizzati dei linciaggi e degli sciacallaggi dei beni che appartengono alle comunità arabe e ai tuareg, le quali sono accusate di aiutare i gruppi armati a causa della loro appartenenza etnica" ha spiegato Dieng. Quest'ultimo ha anche richiesto all'armata del Malì di prendersi la propria responsabilità dal momento che protegge l'insieme delle popolazioni indipendentemente dalla loro estrazione sociale. "Sono profondamente turbato per le informazioni che indicano lo stato delle violazioni commesse dall'armata che continua a reclutare e a armare le milizie per pianificare gli attacchi contro i gruppi etnici e nazionali specifici nel nord del Malì". Dieng ha incoraggiato vivamente tutti gli attori, soprattutto l'armata del Malì, a essere conformi ai diritti internazionali umanitari e ai diritti dell'uomo. "Prendere in ostaggio i gruppi etnici o religiosi in seno a un conflitto armato, dal momento che queste estorsioni sono state condotte in maniera generica e sistematica, costituisce dei crimini atroci" ha ricordato Dieng. Il consigliere d'altro canto ha elogiato la decisione del Procuratore della Corte penale internazionale (CPI), Fatou Bensouda, che incita a aprire una indagine sulla situazione creata in Malì.

Malì - L'armata del Malì giustizia 13 presunti partigiani islamisti

Sabrina Carbone

ImmagineIl Governo e le forze internazionali devono impedire queste atrocità. Nel mese di gennaio 2013, le forze ribelli del Malì hanno giustiziato almeno 13 presunti partigiani islamisti e hanno fatto sparire con la forza altri cinque uomini dalle città presidiate di Sévaré e di Konna, ha dichiarato Human Rights Watch. I gruppi armati del Mali a Konna hanno ucciso almeno sette soldati islamisti, dei quali cinque sono rimasti feriti, e hanno usato dei bambini come soldati nei loro combattimenti. Nonostante le forze del Malì avevano arrestato, ucciso gli uomini e gettato pubblicamente i loro corpi nei pozzi, i responsabili militari e la gendarmeria con un tocco di omertà hanno smentito di essere al corrente dell'accaduto. Le autorità del Malì devono aprire una inchiesta immediatamente sulle presunte esecuzioni e portare davanti alla giustizia gli autori del misfatto, ha continuato HRW. "Le autorità del Malì hanno chiuso gli occhi su questi crimini molto preoccupanti" ha indicato Corinne Dufka ricercatrice senior nell'Africa dell'Ovest per HRW. "Il Governo del Malì deve prendere delle misure immediate per aprire una indagine su questi abusi e condannare i responsabili, indipendentemente dallo strato etnico a cui appartengono". Gli abusi perpetrati dall'armata del Malì hanno avuto luogo durante l'offensiva dei ribelli islamisti contro la città di Konna, a 65 chilometri a nord di Sévaré, iniziati il 9 gennaio. Alcuni testimoni hanno descritto per HRW di aver visto dei soldati presso una stazione di autobus di Sévaré interpellare e arrestare i passeggeri che viaggiavano sopra un autobus perchè sospetti di associazione con i gruppi ribelli islamisti. La causa di tutto ciò è stata che i giustiziati non avevano presentato la loro carta d'identità e i soldati hanno interpretato questo fatto come una prova che questi uomini non erano di origine del Malì o della regione ma erano probabilmente dei partigiani islamisti armati. I testimoni hanno anche raccontato che i detenuti prima di essere portati via, hanno cercato tra la folla persone che potevano rispondere su di loro confermare la loro identità. Tuttavia sono stati condotti in auto o a piedi nei campi vicini, dove sono stati giustiziati e i loro corpi sono stati buttati in quattro pozzi. Human Rights Watch ha rilevato delle tracce nette di sangue intorno ad ogni pozzo, in uno dei pozzi almeno tre corpi erano ben visibili. Gli uomini uccisi appartenevano, la maggior parte, al gruppo etnico peuhl, che secondo l'armata è legato ai gruppi islamisti che hanno attaccato Konna.

Uno degli uomini più ricchi del Sudafrica dona la metà della sua fortuna ai poveri

Sabrina Carbone
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Il multimilionario Patrice Motsepe uno degli uomini più ricchi del Sudafrica, donerà metà della sua fortuna ai poveri attraverso la fondazione che porta il suo nome. "Non vi lasceremo soffrire da soli" ha assicurato Motsepe in riferimento ai meno abbienti del pianeta, riporta l'agenzia di stampa sudafricana SAPA. Il cinquantunenne Motsepe, è nato nel borgo popolare di Soweto a sudovest di Joannesburg, è proprietario e fondatore dell'impresa mineraria African Rainbow Minerals (ARM), e secondo la rivista Forbes possiede la quarta fortuna del Sudafrica e l'ottava dell'Africa dal valore di circa 2.650 milioni di dollari. L'impresario sudafricano entra, in questo modo, a far parte del gruppo dei multimilionari statunitensi come Warren Buffet e Bill Gates, che nel 2010 hanno lanciato la campagna Giving Pledge (La promessa di dare) realizzata dalle persone più ricche del pianeta allo scopo di donare le loro fortune ai più poveri. Motsepe, la cui compagnia investe in esplorazioni di platino, nichel, cromo, ferro, manganese, carbone, rame e oro, oltre ad essere proprietario del club di calcio Pretoria Mamelodi Sundowns è azionista dell'impresa Sanlam, una importante compagnia sudafricana di servizi finanziari, sottolinea Forbes. "Destineremo i fondi soprattutto per l'istruzione, la salute, per i gruppi cristiani e le comunità rurali", ha spiegato Precious Motsepe. Anche se ancora non è stato pubblicato l'importo di denaro che il multimilionario donerà, sua moglie Precious Motsepe, ha dichiarato oggi in seno ad una conferenza stampa, che i fondi saranno distribuiti attraverso la sua fondazione a varie organizzazioni caritative del Sudafrica, Africa e del resto del mondo. La ricchezza di Motsepe sarà destinata a migliorare lo stile di vita dei poveri, ai disabili, agli infermi, alle donne, ai giovani e agli emarginati,informa l'agenzia SAPA. Il Sudafrica continua ad essere un Paese con marcate differenze sociali, e secondo uno studio pubblicato questa settimana dall'Università di Città del Capo e citato dai media locali, dodici abitanti del Sudafrica su 52 milioni soffrono la fame ogni giorno

BURKINA FASO - IL DIALOGO POLITICO AL LIMITE DEI CANONI
Sabrina Carbone
00231209-3368a787040e79c31cd90b73e0f18c58-arc614x376-w614-us1Il Presidente di Burkina Faso, Blaise Compaoré, ha ricevuto nella tarda serata di mercoledì, 23 gennaio, il Ministro delegato allo Sviluppo presso il Ministero francese degli Affari esteri, Pascal Canfin. I funzionari hanno discusso della situazione in Malì, congiuntamente al commissario europeo della Cooperazione internazionale, per gli aiuti umanitari e per la gestione della crisi, Kristalina Georgieva. "Era mio desiderio, come anche del Ministro dello sviluppo francese, accompagnare il commissario europeo per le questioni umanitarie, allo scopo di simbolizzare l'azione francese che è stata integrata nella posta più larga dell'azione europea, soprattutto nei soggetti umanitari e nello sviluppo i quali, prenderanno sempre più posto quando la questione militare sarà risolta. Questa è l'affermazione confermata dal Ministro delegato allo sviluppo, che ha parlato subito dopo il Ministro degli Affari esteri francese, Pascal Canfin. Quest'ultimo ha sottolineato che la Francia ha dovuto agire con urgenza per salvare Bamako. Canfin ha elogiato l'assunzione delle truppe burkiniane che sono spiegate nel quadro della Missione internazionale di sostegno in Malì (MISMA). Insieme al Presidente di Faso, Blaise Compaoré, hanno ricordato le questioni legate al dialogo politico. Come ha affermato il Ministro francese "La mediazione della CEDEAO assumerà necessariamente forme nuove dal momento che la situazione è cambiata". Allo scopo di assicurare la durata della stabilità, bisogna estendere l'intervento militare che è in corso" ha aggiunto. "Bisogna ottenere la pace, al di là dell'intervento militare della Francia, avere degli interlocutori riuniti attorno a una tavola rotonda e una negoziazione politica. Bisogna sviluppare, mettere in atto, rafforzare le politiche di sviluppo economico", perchè accanto al dialogo politico c'è lo sviluppo economico che permette al Malì di assicurare la durata della stabilità". Riprendendo il proposito del Primo Ministro francese, Jean marc Ayrault, questi ha sottolineato che l'equazione della Francia in questo intervento, è: "nessun sviluppo senza sicurezza, nessuna sicurezza senza sviluppo". E' per questo motivo che la Francia è impegnata con i suoi partner europei, nell'insieme delle dimensioni, a "assicurare ancora una volta, la stabilità e l'integrità del Malì". Il Ministro Pascal Canfin ha insistito sulla necessità del dialogo politico, con la società del Malì e con le sue autorità politiche. Una mediazione esterna potrà aiutare la riuscita. "E' questo l'oggetto della Missione affidata al Presidente Blaise Compaoré. Sono in corso delle consultazioni sulle forme precise che potranno essere adottate in questo dialogo, in funzione delle aspettative dei vari attori del Malì", ha affermato in sostanza il membro del Governo francese. Questi ha rivelato che Parigi, prima di andare alle elezioni, ha insistito sulla necessità di un foglio di spedizione che offre le prime bozze di un calendario.
L'aiuto ai rifugiati del Mali
Il Commissario europeo, incaricato dalla Cooperazione internazionale, per gli aiuti umanitari e la gestione della crisi, Kristalina Georgieva, ha espresso la sua riconoscenza a Burkina per aver mantenuto le sue frontiere aperte e per aver accolto i rifugiati del Malì. Burkina è nella regione per la seconda volta in meno di sei settimane perchè, secondo i termini, il Malì è stato colpito da tre crisi successive: quella alimentare, la instabilità politica e in seguito l'intensificazione dei combattimenti. "A causa dei rapporti che evocano la possibilità dei combattimenti inter-etnici e di estorsione nelle rappresaglie, siamo molto preoccupati" ha precisato. Gli aiuti umanitari sono organizzati per un afflusso molto massivo dei rifugiati. "Già a dicembre del 2012, noi abbiamo elargito 20 milioni di euro destinati agli aiuti supplementari umanitari per il Malì, oltre ai 78 milioni di euro che noi abbiamo messo a disposizione nel 2012 in termini di aiuti umanitari sempre per questo Stato. Adesso devolviamo altri 20 milioni di euro per aiutare la popolazione. E noi continuiamo a fare il necessario", ha sostenuto il commissario europeo. Inoltre, la missione di formazione europea per l'armata del Mali che sta per entrare in azione, intende mostrare non solo come combattere, ma anche come proteggere le popolazioni civili, ha concluso Kristalina Georgieva.

Nord-Malì - Sono molteplici le accuse di abuso contro l'Esercito del Malì
Sabrina Carbone
024012013092443000000armemaliokexacDue organizzazioni che difendono i diritti umani hanno richiesto l'apertura di una inchiesta sugli abusi che i soldati del Mali hanno commesso nel centro del Paese, soprattutto a Sevare, Mopti e Niono. Parigi e Bamako hanno preso seriamente questa questione, mentre le truppe africane cominciano a spiegarsi nel Paese. Le gravi violazioni dei diritti umani possono essere poste nel contesto della riconquista del Nord del Malì? Intanto a cagione di ciò, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), il 23 gennaio, cioè tredici giorni dopo l'inizio dell'intervento francese, ha accusato i soldati dell'Esercito del Malì di perpetrare "una serie di esecuzioni sommarie" nel centro e a ovest del Malì, e ha richiesto la creazione "immediata" di una Commissione indipendente d'inchiesta. Gli abusi sono stati commessi a Sévaré (a 650 km a nord est di Bamako), nel campo militare dell'Esercito del Malì. Almeno 11 persone sono state giustiziate nei pressi della stazione degli autobus, vicino l'ospedale, ha riferito la ONG dopo aver esaminato la situazione per diversi giorni. "Grazie alla testimonianza proveniente da fonti locali siamo riusciti a risalire alle identità delle undici vittime", ha riferito Florent Geel, responsabile FIDH Africa, attualmente in Malì. Nella regione di Niono, due Tuareg originari del Malì sono stati giustiziati dai soldati del Malì, ha continuato la FIDH, che ha anche riferito "informazioni credibili su una dozzina di casi di esecuzioni a Sévaré e in altre zone dove i corpi sono stati sepolti in fretta, nei pozzi". Da parte sua, l'organizzazione non governativa Human Rights Watch (HRW) ha reso noto di aver aperto una inchiesta, " sui gravi abusi che coinvolgono i membri dell'esercito del Malì," dopo aver richiesto l'invio degli osservatori delle Nazioni Unite.
Presi di mira gli Arabi e i Tuareg
Queste violazioni dei diritti umani colpiscono principalmente la maggioranza Araba e i Tuareg che hanno un alta presenza nei gruppi islamisti. Se gli abusi continueranno a lievitare, questi potranno impedire all'Esercito di riconquistare il Nord e ottenere informazioni vitali dalle popolazioni locali sulla posizione degli jihadisti, per non parlare anche della loro partecipazione al peggioramento della situazione umanitaria, incoraggiando l'aumento del numero degli sfollati interni. La questione è così importante per l'immagine dell'Esercito francese e per l'efficacia dell'intervento che il Ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, ha esortato la leadership dell'Esercito del Malì a essere "estremamente vigili" contro il rischio di abusi perché "è in gioco il loro onore". E il suo omologo degli Esteri, Laurent Fabius, ha sottolineato, dal suo canto, che non è possibile "accettare le violazioni dei diritti umani". Fabius ha informato, nel corso di una audizione tenuta presso l'Assemblea Nazionale, che ha parlato di questi problemi con il Primo Ministro del Malì, Diango Cissoko, nel corso di un colloquio telefonico, e il Presidente del Malì, Dioncounda Traore, ha riferito di aver messo in guardia le truppe del Malì, questo fine settimana. I Tuareg "sono nostri amici, ad eccezione di quelli che sono stati reclutati dai gruppi terroristici che noi condanniamo totalmente", ha sottolineato il Ministro. Il capo di Stato maggiore dell'Esercito del Mali ha intanto promesso, che "Ogni soldato che commetterà degli abusi contro la popolazione civile sarà immediatamente portato nel campo e processato da un Tribunale militare", mettendo particolarmente in guardia sugli attentati contro le "pelli bianche" degli Arabi e dei Tuareg in Malì. Inoltre, le forze africane che sono riunite a Bamako hanno cominciato a spiegarsi e a spostarsi verso il centro del Malì, ha riferito Paris. "Sono già arrivate le forze a Bamako, e un certo numero di forze hanno già iniziato a salire verso le città intermedie (il centro)", ha spiegato Fabius. A Bamako, "160 soldati sono arrivati ​​a Burkina Faso Markala (a 270 km a nord di Bamako) per dare il cambio ai Francesi" che detengono un ponte strategico sul fiume Niger, ha rivelato una fonte del Ministero della Difesa del Malì. L'informatore inoltre ha informato che, "sono state già installate queste forze, e che potranno in seguito andare a Niono Diabali, dove i francesi, e gli africani sono già sul posto", ha concluso.
Nascita di MIA, dissente Ansar Eddine
La guerra dissente Ansar Eddine. I membri del movimento islamico e i Tuareg, che controllano militarmente e politicamente due regioni su tre del nord del Malì (Timbuktu e Kidal), hanno annunciato, Mercoledì 23 gennaio, in un comunicato, di essere dissidenti. Guidati dal figlio Alghabass Ag Intalla degli Ifoghas che sono i principali influenti, i ribelli hanno creato la loro fazione, chiamata il Movimento Islamico Azawad (MIA). Questi chiedono la cessazione delle ostilità nelle regioni di Kidal e Menaka, e sono pronti a combattere contro Ansar Eddine. Inoltre Alghabass Intalla Ag, che rappresenta il movimento islamista ha aperto delle trattative a Ouagadougou, con Mohamed Ag Arib, ex portavoce di Ansar Eddine, e alcuni dissidenti del partito.

Africa del Nord: La CEDEAO cerca l'appoggio del Maghreb per la sua azione in Mali

Sabrina Carbone

ImmagineNouakchott- La coalizione africana ha chiesto ai Paesi del Maghreb di aiutare a sradicare i terroristi insediati nel Nord del Mali. Gli Stati Africani hanno accentuato i loro sforzi per ottenere dei sostegni nel loro intervento in Mali e hanno invitato i Paesi del Maghreb a participare alla guerra. La Comunità Economica degli Stati dell'Africa dell'Ovest (ECOWAS) e i suoi omologhi internazionali cercano gli appoggi per andare incontro alle Forze del Mali e della Francia che sono spiegate nel territorio a Nord del paese africano dal giorno 11 gennaio 2013. Uno degli scopi è quello di ottenere un aiuto supplementare dal continente. "Faccio appello alla Mauritania e alla Algeria di sostenere le Forze africane e internazionali per sterminare le Forze terroriste presenti nel Nord del Mali", ha dichiarato il Presidente della CEDEAO e capo dello Stato ivoriano Alassane Ouattara sabato, 19 gennaio, a Abidjan. "Credo che l'incidente avvenuto a In Amenas, nel sud dell'Algeria è sufficiente per giustificare e per rendere necessaria la partecipazione dell'Algeria e della Mauritania a questa guerra" ha dichiarato dopo la riunione. Inoltre ha elogiato la decisione presa dalla Mauritania " di bloccare le sue frontiere e permettere alla forza internazionale di utilizzare il suo spazio per andare a colpire i gruppi armati". Il Ministro francese degli Affari Esteri, Laurent Fabius, ha dichiarato che le truppe africane in breve tempo saranno spiegate e che le truppe francesi non sostituiranno i Paesi africani. Questi ultimi non hanno, ancora, totalmente escluso la possibilità di trovare una soluzione politica alla crisi del Mali. Ed è per questa ragione che Ouattara ha fatto appello di "continuare gli sforzi a Burkina Faso per tentare di trovare una soluzione parallela e soddisfacente per risolvere alla radice la crisi nel nord del Mali, incitando in questo modo al dialogo".

M23 delegazione in Uganda per colloqui sul Congo conflitto

Sabrina Carbone
ImmagineUna delegazione che rappresenta i ribelli del Congo M23 è arrivata nella capitale ugandese per partecipare ai negoziati detenuti allo scopo di paralizzare i cicli interminabili di violenza nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. "La delegazione è arrivata a Kampala",  ha riferito venerdì, 4 gennaio, il portavoce della delegazione del movimento 23 (M23). "Siamo pronti e siamo in attesa del programma per la negoziazione del mediatore", ha aggiunto. La delegazione del Governo congolese era già nella capitale dell'Uganda, che è stata scelta come mediatrice per i colloqui. Il 31 dicembre 2012, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato all'unanimità un embargo sulle armi M23 e un altro gruppo ribelle noto come le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Le sanzioni sono quelle di congelare i beni di alcune persone legate ai gruppi leader del M23, come il Presidente del gruppo ribelle, Jean-Marie Runiga, e uno dei suoi comandanti militari, il tenente colonnello Eric Badege. Kinshasa e le Nazioni Unite hanno dichiarato che i ribelli che combattono contro l'Esercito congolese sono stati formati in Ruanda, un'accusa che Kigali nega. I rebelli di M23 hanno assediato la città orientale di Goma il 20 novembre del 2012 dopo che le forze di pace delle Nazioni Unite avevano dato battaglia per la città di frontiera, che è la patria di circa un milione di persone. I ribelli si sono ritirati dalla città il 1° dicembre del 2012, nel quadro di un accordo di cessate il fuoco. Il Governo congolese e M23 sono stati ai colloqui di pace a Kampala all'inizio di dicembre. Tuttavia, i colloqui sono stati sospesi il 21 dicembre, dopo che le parti non sono riuscite a concordare un ordine del giorno, ma entrambe le parti hanno convenuto di riprendere i negoziati a gennaio dopo le vacanze di Capodanno. Dagli inizi di maggio, oltre 900.000 persone hanno abbandonato le loro case nel Congo orientale. La maggior parte di loro sono state reinsediate in Congo, ma decine di migliaia di persone hanno attraversato il vicino Ruanda e l'Uganda. Il Congo ha affrontato numerosi problemi nel corso degli ultimi decenni, come la povertà opprimente, le infrastrutture fatiscenti, e una guerra nella parte orientale del Paese, che oramai si trascina dal 1998 e ha lasciato più di 5,5 milioni di vittime.

Africa - Le forze ribelli reclutano i bambini soldato

Sabrina Carbone
Il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF), sostiene di avere informazioni affidabili provenienti dalle le forze governative e secondo le quali, i ribelli nella Repubblica Centroafricana (CAR) hanno reclutato bambini soldato.Immagine
L'UNICEF, insieme ad altre organizzazioni, tiene sotto controllo e verifica le informazioni sul reclutamento dei bambini che sono stati per lo più separati dalle loro famiglie o hanno perso le loro case, ha dichiarato Venerdì, 4 gennaio 2013, Souleymane Diabate, rappresentante dell'Organo mondiale nel CAR. "Alcuni gruppi di ribelli e varie milizie filo-governative sono diventate più attive nel corso delle ultime settimane nella capitale Bangui e in tutto il Paese", ha aggiunto. La Repubblica Centroafricana è stata il teatro di conflitti crescenti da parte dei ribelli di Seleka e ha lanciato una offensiva contro il Governo nel mese di dicembre. I ribelli, che sono avanzati verso la capitale Bangui, accusano il Governo del Presidente, Francois Bozize, di violare un vecchio accordo sulla pace e chiedono le sue dimissioni. Secondo l'UNICEF, circa 2.500 bambini sono stati associati a vari gruppi armati del Paese africano prima del conflitto scoppiato nel mese di dicembre. Inoltre Il Fondo delle Nazioni Unite ha avvertito che le tensioni crescenti hanno dato luogo al crescente reclutamento dei bambini, rendendo difficile stabilire una cifra esatta. L'UNICEF ha affermato anche, che il conflitto ha già colpito più di 300.000 bambini, attraverso il reclutamento, la separazione familiare, la violenza sessuale, e lo sfollamento forzato, che li ha privati ​​dei servizi educativi e sanitari.

Congo-Kinshasa - Zawa distrutta da colui che credeva suo padre

Sabrina Carbone

Immagine"Spogliati e non parlare, altrimenti caccio via te e tua madre. Tu ben sai che non avete altro luogo dove andare!" E' quello che mi diceva il mio patrigno tutti i giorni prima di violentarmi. Il mio calvario è durato 8 mesi. Mi chiamo Zawa e sono originaria di Bambo, località sita a 180 chilometri dalla città di Goma,  nel territorio di Rushuru a Nord del Kivu, una delle tre province a est della Repubblica Democratica del Congo. Mia madre mi ha avuta quando lei viveva ancora con i genitori. Si è sposata quattro anni più tardi.Tre bambini sono nati da questa unione. All'inizio la vita in famiglia era piacevole. Ho avuto un'infanzia piena di sogni. Malgrado noi vivevamo in un villaggio, avevo sempre ciò che gli altri bambini della mia età non avevano intendo vestiti, scarpe e altri accessori. Avevo anche creduto che il marito di mia madre era il mio vero padre. Come mi sbagliavo! I miei sogni sono sfumati 10 anni più tardi. Una sera dopo cena, ho sentito che nella camera dei miei genitori era iniziata una grossa lite. Alcuni minuti dopo, mia madre è uscita di casa e tutti mi dicevano che ritornava il giorno dopo. Mi sono addormentata e un pò più tardi colui che chiamavo papà  è venuto nel mio letto, confusa, su ciò che lui voleva quando mi accarezzava, gli ho chiesto di fermarsi ma lui ha continuato. Mi ha raccontato che aveva comprato me e mia madre, e quando mia madre si negava ero io che dovevo pagare il prezzo. Ciò voleva dire che dovevo dargli il mio corpo. Mi imponeva il silenzio e nessuno aveva il diritto di essere messo al corrente. Mi ha violentata per tutta la notte. Alle prime ore del mattino, mi ha strettamente obbligata a non parlare. Aveva promesso di uccidermi se io gli disobbedivo. E mi aveva anche promesso che a me e a mia madre ci cacciava di casa. Per lui il matrimonio con mia madre aveva solo un obbligo il suo benessere. Sanguinavo e avevo dei forti dolori. Era come se la mia  testa stava per esplodere. Avevo regolarmente delle vertigini e avevo paura di tutto quello che si spostava. La notte dopo, mi ha di nuovo violentata con le stesse minacce. Mia madre è tornata due giorni dopo. Per paura non le ho raccontato niente. Non osavo nemmeno guardarla in faccia. Avevo vergogna e avevo l'impressione che tutto il mondo mi guardava e sapeva ciò che mio padre mi aveva fatto. Ero colpevole. Ero obbligata a portargli da mangiare ai campi tutti i giorni ed era sempre sotto minaccia. E tutti i giorni nei campi lui mi violentava e non tornava a lavoro il pomeriggio quando io ero lì. A volte, quando mi violentava, inseriva dei pezzi di legno nel mio ano. Mi sodomizzava e introduceva degli oggetti nella mia vagina, e mi proibiva di piangere. Era molto doloroso ma non perdevo conoscenza. Avevo perso il gusto di vivere e mi rimproveravo della situazione. Dal momento che nel mio villaggio, le persone credono che una donna è violentata perchè conduce una malavita, ho spesso pensato al suicidio.Un giorno, dopo che il mio patrigno aveva di nuovo abusato di me nei campi, ho deciso di farla finita. Ma ho pensato, che prima di uccidermi, dovevo confessare i miei peccati a Dio, gli dicevo che non desideravo più stare al mondo, e che ne avevo abbastanza di quel supplizio. E così è stato, sono andata in Chiesa, ma durante il tragitto ho visto un ufficio aperto alle donne. Davano apparentemente dei consigli alle vittime di violenza sessuale. Avevo rivelato a mia zia che volevo parlare con quelle donne che mi erano sembrate gentili ma mia zia me lo aveva sconsigliato dicendomi che erano donne libere e che non bisognava ascoltarle. Non sò cosa mi ha spinto ad entrare un giorno in quell'ufficio. Ho trovato due donne e quando ho iniziato a raccontare la mia storia mi sono sciolta in lacrime. Si sono avvicinate e mi hanno stretta tra le loro braccia e hanno provato a rassicurarmi. Ho impiegato tempo prima di calmarmi. Mi hanno dato fiducia e ho parlato  con la direttrice dell'associazione. Le ho raccontato tutta la storia nei minimi dettagli. Era la prima volta in otto mesi che mi sentivo a mio agio, e parlare del mio orribile vissuto a qualcuno che mi aveva ascoltata attentamente mi rassicurava. Mi hanno spiegato che la loro associazione poteva aiutarmi a risolvere il mio problema e che il mio calvario era finito. Dicevano che dovevo tornare a casa e che se il mio patrigno tentava di violentarmi di nuovo, dovevo urlare per farmi sentire e soprattutto ne dovevo parlare con mia madre. Ho spiegato che questo era impossibile, e allora mi hanno consigliato di parlarne con una persona di fiducia nella mia famiglia, preferibilmente mia madre. Una volta rientrata a casa, ho trovato mia madre a pulire, e l'ho guardata come non facevo da tanto tempo, mi ha detto che avevo una buona cera e che era contenta di vedermi. Avevo paura di parlarle e non le ho detto niente. Il giorno dopo, il mio patrigno mi ha chiesto di raggiungerlo ai campi. Ho rifiutato davanti a mia madre. Lui non ha detto niente e se ne è andato. Confusa, mia madre mi ha chiesto perchè avevo mancato di rispetto a colui che mi considerava come sua figlia. Non so da dove mi è venuto il coraggio, ma le ho raccontato tutto. Mia madre è scoppiata a piangere e mi ha chiesto delle spiegazioni e io non me lo sono fatta  ripetere due volte .Era disperata e non capiva come era potuto succedere tutto questo. Siamo andate da mio nonno al quale mia madre ha spiegato tutta la situazione. Mio nonno, ci ha imposto il silenzio e ha pregato di aspettarlo mentre andava a Tongo. E' tornato dopo alcune ore con la polizia nazionale che ha arrestato il mio patrigno e lo ha portato a Tongo per essere processato. E conformemente alla legge sulle violenze sessuali gli hanno dato 20 anni di carcere e  attualmente è detenuto alla prigione centrale di Muzenze a Goma. Per paura delle rappresaglie dei membri della famiglia del mio patrigno, che hanno condannato mia madre, perchè secondo loro è per merito suo che il loro figlio e suo fratello sono stati rinchiusi. Mia madre ed io siamo venute a stare a Goma. Ho cercato di dimenticare il trauma subito. Ma ciò che mi aiuta ad andare avanti e vedere che giustizia è stata resa"

Il 99% degli Albini sub-sahariani muore di cancro alla pelle

Sabrina Carbone

ImmagineIl documentario "Punne"(Albino) diretto da Pepo Ruiz, racconta il lavoro della ONG ANPRAS (l'Associazione Nazionale per il reinserimento degli Albini Senegalesi), ed è stato realizzato in Senegal per aiutare mille albini a lottare contro la stigma sociale e le conseguenze fisiche di questa anomalia genetica. Secondo i dati dell'Organizzazione, il 99% degli Albini sub-sahariani muoiono di cancro alla pelle e circa cento vengono uccisi ogni anno. Per ogni 5.000 abitanti in Africa c'è un Albino. Quasi 14.000 vivono nella zona sub-sahariana. Soffrono di problemi alla vista e il sole provoca delle ulcere, scottature, melanomi, e cecità, ma la società e la superstizione fanno il resto. Il film "Punne" (Albino), del regista, Pepo Ruiz, narra la lotta degli attivisti per combattere l'emarginazione dei mille albini che  vivono in Senegal. Alcuni di loro che hanno partecipato al film, testimoniano che è una cosa straziante. "Il problema reale che affronto ogni giorno è il sole che brucia la mia pelle. Per questa ragione non frequento la scuola. Una volta che sono a scuola trovo difficoltà a leggere la lavagna", spiega la giovane senegalese, Kadietou Bahayoho, di 15 anni, mentre racconta un giorno normale della sua vita.Finora ho ricevuto il sostegno della ANPRAS, ma da mesi gli aiuti  non arrivano. La ragione, spiega Aboubakary Sakho, è che bisogna pagare  la dogana perchè non c'è nessun tipo di esonero e a volte queste medicine o creme sono restituite ai donatori. Questa situazione è molto diiffiile da capire, perchè nell'Africa subsahariana, quasi il 99% degli albini muoiono di cancro alla pelle" informa l'attivista. Nel documentario, Aboubakary Sakho, narra la sua esperienza personale e la sua lotta quotidiana contro la superstizione e la emarginazione. "Per me essere Albino è più che una anomalia, perchè qui nel momento in cui la gente vede un albino, ti guardano in negativo. La stigmatizzazione è così forte che non vieni identificato neanche in seno alla tua famiglia". Aboubakary, assicura che "ancora esiste la credenza che l'albinismo è il rimedio o la medicina di tutto. Ho sentito dire, ed è provato misticamente, che avere relazioni sessuali con un albino può essere una soluzione per l'AIDS". Come prova della stigmatizzazione di queste persone, viene calcolato  che sono uccisi circa cento bambini. Il documentario "Punne" fa parte di una campagna di consapevolezza della Fondazione per la Giustizia ed è stata molto elogiata nella V edizione  del Festival del Cinema e dei Diritti Umani. Come anche  spiega il regista, Pepo Ruiz, "la situazione degli albini è molto più che drammatica. Sono stato testimone di questa tragedia perchè ho potuto camminare per  strada con uno di loro insieme alla sua famiglia  e ho visto come la gente li evita, li maledice, e li insulta". L'Albinismo è una anomalia genetica dovuta all'assenza della melanina nell'epidermide, ed ha come conseguenza la fragilità capillare e degli occhi. Gli Albini sono i soggetti più esposti ai raggi solari. Il cancro alla pelle è una delle conseguenze, oltre che di ulteriori complicazioni oftamologiche se non c'è un corretto seguito.

Uganda - Secondo il rapporto dell'ONU, LRA è uno dei peggiori autori dei crimini contro i bambini
Sabrina Carbone
ImmagineNel suo rapporto, rilasciato al Consiglio di sicurezza sulla situazione dei bambini vittime dell'Armata di resistenza del Signore(LRA), il Segretario generale, Ban Ki-moon, ha sottolineato che il gruppo armato resta uno dei peggiori autori dei crimini commessi contro i bambini. Il rapporto documenta le violenze commesse contro i bambini e le misure prese contro la minaccia che ha rappresentato LRA, nel triennio 2009-2012. Nel corso di questo periodo, almeno 591 bambini, dei quali 268 sono bambine, sono stati sequestrati e rinchiusi con la forza nei ranghi della LRA, principalmente nella Repubblica democratica del Congo(RDC), ma ugualmente nella Repubblica Centroafricana e nel Sud Sudan. "LRA continua a nuocere l'Africa centrale causando enormi sofferenze ai bambini" ha dichiarato il rappresentante speciale del Segretario generale per i bambini e i conflitti armati, Radikha Coomaraswamy, durante una conferenza stampa svolta presso la sede dell'ONU a New York. Tutte le giovani donne citate nel rapporto hanno sposato forzatamente alcuni dei combattenti del gruppo armato e quelle che sono riuscite a fuggire con i loro bambini nati dalle violenze, sono state stigmatizzate dalle loro comunità di origine. Il numero dei bambini uccisi o mutilati sembra, strano ma vero, è diminuito dopo il 2008, grazie alla presenza dei Caschi blu e delle forze di sicurezza, ma anche dopo la fuga di numerosi abitanti dalle zone dove opera LRA. "Sono incoraggiato dalla attenzione internazionale che riconosce i maneggi della LRA e le azioni intraprese contro i bambini" esprime felice Coomaraswamy. Nel rapporto, il Segretario generale ha salutato gli sforzi delle forze armate ugandesi e quelli dell'Unione africana che affrontano la minacce poste dalla LRA e offrono una protezione alle popolazioni civili. Tuttavia,il rapporto sottolinea che non possono restare impuniti i "crimini di guerra e i crimini contro l'umanità, compreso le gravi violenze sui minori". "Sono contrario all'adozione della legge che offre una amnistia agli autori dei crimini di guerra e dei crimini contro l'umanità" ha concluso e evidenziato M.Ban. Font: http://fr.allafrica.com/stories/201206070273.html

Africa: La crisi mondiale dei rifiuti - Non c'è tempo da perdere

Sabrina Carbone

ImmagineIn un mondo in piena espansione demografica, la gestione dei rifiuti diventa una posta in gioco sempre più cruciale per la promozione di un ambiente più duraturo, hanno concluso i partecipanti a una conferenza delle Nazioni Unite svolta a Osaka, in Giappone. Organizzata dal Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, (PNEU), il Partenariato mondiale sulla gestione dei rifiuti ha riunito per due giorni gli esperti di tutto il mondo per rispondere ai problemi attuali legati alla gestione dei rifiuti e riflettere sulle soluzioni economiche nel rispetto dell'ambiente attraverso la cooperazione congiunta. "I bisogni umani fondamentali, come l'acqua potabile, l'ossigeno e una sana alimentazione, sono stati messi in discussione dalle pratiche attuali del trattamento dei rifiuti, con gravi conseguenze per la sanità pubblica", sottolinea un comunicato stampa del PNUE, il quale precisa che questa tendenza facilita la propagazione delle malattie, come anche la contaminazione dell'atmosfera, dell'acqua e dei territori. Il Programma rileva ugualmente che i rifiuti municipali caricano di un fardello troppo pesante le comunità del mondo intero. Per questo motivo offre fiducia alle statistiche della Banca Mondiale, la quale stima che la quantità di questi rifiuti passerà da 1,3 miliardi di tonnellate del 2012 a 2,2 miliardi nel 2025. Inoltre, le classi medie, di tutti i paesi conteranno 4,9 miliardi di abitanti nel 2030, contro i due miliardi di oggi, e bisognerà attendere un rialzo spettacolare dei consumi dei beni e del mercato ciò significa portare sistemi pubblici di gestione dei rifiuti al massimo livello delle loro capacità sul fondo di una urbanizzazione galoppante. Il PNEU riconosce che la gestione dei rifiuti è uno "dei servizi pubblici tra i più complessi e tra i più costosi" ma anche una delle poste del bilancio con maggiori conseguenze di municipalità. Tuttavia, secondo Matthew Grubb, il Direttore del Centro internazionale di eco-tecnologia del PNEU, a dispetto della minaccia alla sanità pubblica alla quale pesa la crisi potenziale che potrà conoscere la gestione dei rifiuti, ciò può costituire una opportunità che è quella di fornire "un modello per rinverdire l'economia". Se è condotta in maniera appropriata, la gestione dei rifiuti potrà avere un potenziale immenso per trasformare i problemi in soluzioni e aprire le porte a uno sviluppo duraturo attraverso la riappropriazione e la riutilizzazione delle risorse preziose. Ma anche per l'intervento della creazione di nuove imprese e dunque di nuovi posti di lavoro, sostanzialmente nel settore informale, nella riduzione di emissioni di gas a effetto serra o ancora la conversione dei rifiuti in fonti energetiche, è stato precisato durante la Conferenza. Un rapporto del 2010 del PNEU rivela che nell'Europa del nord, il riciclaggio di una tonnellata di carta o di alluminio salva più di 600 chili di 10 tonnellate di diossido di carbonio. Un altro rapporto, datato 2009, indica che esistono più di 65 fogli oro in una tonnellata di cellulari usati che in una miniera.

Congo - Kinshasa - Masisi, più di 264 civili massacrati

Sabrina Carbone

Kinshasa

ImmagineAlmeno 264 civili, dei quali 83 bambini, sono stati uccisi dai gruppi armati nel corso dei 75 attacchi svolti nei villaggi a sud di Masisi, nel Nord del Kivu, tra aprile e settembre del 2012. Questo è quanto rivela il rapporto pubblicato mercoledì, 14 novembre 2012, dal BCNUDH, a Ginevra. In ragione delle costrizioni di sicurezza, gli inquirenti non sono stati in grado di confermare ulteriori violazioni dei diritti dell'uomo rapportati da alcuni testimoni. Quindi il numero reale delle vittime può essere maggiore rispetto a quello indicato. Ciò significa che il periodo considerato è relativamente limitato nel tempo, questo rapporto è visibilmente lontano dal presentare una visuale esaustiva della situazione dei diritti dell'uomo nell'Est del RDC. Gli inquirenti aggiungono, che tra le numerose vittime che sono state uccise a colpi di machete, altri sono stati bruciati vivi nelle loro case. Altre violazioni dei diritti dell'uomo sono descritte nel rapporto, e includono gli spostamenti forzati massivi, i saccheggi su vasta scala e le distruzioni di proprietà private. Gli inquirenti, hanno ugualmente confermato quattro casi di violenza sessuale che hanno coinvolto 12 donne. Secondo l'Alto Commissario dei diritti dell'uomo, Navy Pillay, "Le violenze sistematiche dei diritti dell'uomo commesse da questi gruppi armati, compresa la morte di tanti bambini, sono i più gravi tra quelli constatati in questo ultimo decennio in RDC". Il BCNUDH raccomanda al Governo della RDC di potenziare la sicurezza in questo territorio, e soprattutto incita lo spiegamento dei militari della FARDC allo scopo di permettere ai civili di ritornare nei loro villaggi di origine e di completare questo spiegamento tramite gli agenti del PNC. Alla Comunità Internazionale, il BCNUDH ha chiesto di continuare a dare il loro appoggio alle forze di difesa e di sicurezza congolesi, nel rispetto del controllo e in conformità ai diritti umani, in modo da poter assicurare pienamente la protezione dei civili nelle zone ancora affette dal conflitto. Questo è, in extenso, il rapporto pubblicato a Ginevra, dal BCNUDH sui massacri dei civili e su altre violenze massive dei diritti dell'uomo a Masisi.

Africa - Secondo le Nazioni Unite, 870 milioni di persone nel mondo soffrono la fame

























































































Sabrina Carbone
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Dall'ultimo rapporto sulla fame nel mondo, circa 870 milioni di persone, ovvero un abitante su otto, soffre di denutrizione cronica, la statistica è riferita al biennio 2010-2012. Lo stato di insicurezza alimentare nel mondo 2012 (SOFI), edito dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), i Fondi delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo (FIDA), e il programma alimentare mondiale (PAM), hanno presentato una stima sulla denutrizione cronica che ha coperto gli ultimi due decenni. La maggior parte delle persone soffrono la fame, ossia 852 milioni, mentre quelli che vivono in Paesi in via di sviluppo, sono circa il 15%, e 16 milioni di abitanti dei Paesi sviluppati,  sono sotto-alimentati. In totale il tasso dei denutriti è sceso a 132 milioni tra il 1990 e il 1992 e tra il 2010 e il 2012, passando dal 18,6% al 12,5% a livello mondiale e dal 23,3% al 14,9% nei Paesi in via di sviluppo, permettendo alla OMD, di sdradicare la fame grazie alla adozione di misure preventive. Tra il 1990 e il 2007, il numero degli affamati è diminuito molto velocemente rispetto al previsto, ma dal 2007 al 2008, tuttavia, i progressi mondiali per la riduzione della mal nutrizione hanno avuto un rallentamento, in seguito stabilizzati. "Grazie alle possibilità tecniche e economiche senza precedenti, sembra totalmente inaccettabile che oltre 100 milioni di bambini al dì sotto dei cinque anni soffrono di insufficienza ponderabile e sono nella incapacità di realizzare pienamente il loro potenziale umano e socio-economico, e la mal nutrizione ogni anno causa il decesso di oltre 2,5 milioni di bambini", è stato sottolineato nella prefazione del rapporto, stesa da José Graziano da Silva, Kanayo F. Nwanze e Ertharin Cousin rispettivamente i capi della FAO, del FIDA e del PAM. "Notiamo con una certa preoccupazione che la sorte dell'economia mondiale della crisi finanziaria resta fragile. Facciamo appello alla Comunità Internazionale di raddoppiare gli sforzi per aiutare i più poveri a realizzare i loro diritti fondamentali per una nutrizione sufficiente. Il mondo conosce i mezzi per eliminare tutte le forme di insicurezza alimentare e di mal nutrizione", hanno aggiunto. Allo scopo di realizzare questo obiettivo, è necessario, secondo gli autori del rapporto, adottare un "doppio approccio", basato sul sostegno alla crescita economica che ingloba tutti i settori, compresa l'agricoltura, e l'attuazione di una rete di sicurezza per i più vulnerabili.

Tunisia – Naufragio di Lampedusa – Una delegazione tunisina al Ministero italiano degli Affari Esteri




Sabrina Carbone
Il dibattito sul problema della immigrazione clandestina e l’apertura di nuove vie per l’immigrazione regolare sono stati i temi discussi durante un incontro che ha riunito, il 13 settembre, nella sede del Ministero italiano degli Affari Esteri, una delegazione tunisina di alto livello guidata da Rafik Abdessalem e dal suo omologo italiano. In una dichiarazione rilasciata alla fine della riunione, entrambe le parti hanno qualificato questo incontro “fruttuoso e costruttivo”. I Ministri, hanno convenuto che la questione della immigrazione clandestina non deve essere regolarizzata solo per una questione di sicurezza, ma hanno, entrambi, sottolineato la necessità di operare parallelamente per promuovere uno sviluppo economico solidale. L’appuntamento ha permesso di menzionare i mezzi impiegati dalle autorità italiane per la ricerca dei dispersi durante il naufragio avvenuto il 5 settembre 2012, su di una imbarcazione che trasportava, secondo le ultime stime, circa 136 immigranti clandestini e tutti provenienti dalla Tunisia. I mezzi impiegati come i guardiacoste, gli aerei, i battelli commerciali e le navi appartengono alla Otan. “Questi mezzi riflettono la serietà nella ricerca dei dispersi” ha sottolineato M.Abdessalem, il quale ha insistito sulla necessità di accordare un incarico sociale, medico e psicologico ai rifugiati accolti nel centro di accoglienza a Lampedusa. Il funzionario, ha chiesto inoltre, di regolarizzare la situazione tunisina nel rispetto delle leggi italiane tenendo sempre conto della particolare situazione che vivono questi immigranti e per non incoraggiare l’immigrazione clandestina. Dal suo canto, il Ministro italiano degli Affari Esteri, Giulio Terzi, ha reiterato l’espressione di solidarietà del Governo italiano con le famiglie dei dispersi e l’impegno del suo Paese ad adoperare tutti i mezzi per ritrovare queste persone. M. ahmed Nejib Chebbi, membro del gruppo democratico all’Assemblea Nazionale costituente, ha spiegato che la partecipazione dell’opposizione alla delegazione tunisina costituisce per la parte italiana un messaggio di unità nazionale di fronte a questa tragica prova che ha colpito il popolo tunisino. M.Chebbi ha insistito sulle difficili condizioni psichiche che conoscono le sinistre, segnalando che la parte italiana ha promesso di regolarizzare la sua situazione nei limiti della legge. La delegazione proveniente dalla Tunisia era composta dal Segretario di Stato dell’immigrazione, Houcine Jaziri, dal Consigliere del Presidente della Repubblica provvisorio, Samir Ben Amor, da un membro del movimento Ennahdha ( della circoscrizione di Roma), Oussama Sghaïer, e dall’ambasciatore della Tunisia con sede in Italia.


























































































L’amministrazione parallela al M23 di Rutshuru,è inaccettabile,secondo Hervé Ladsous


Sabrina Carbone
Congo-Kinshasa
Il segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite incaricato alle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha affermato che è inaccettabile l’amministrazione parallela che i ribelli del M23 hanno installato nella parte del Nord-Kivuche e che attualmente è sotto il loro controllo. Questo è quanto ha riferito il segretario generale, martedì 18 settembre, a New York, uscendo da una riunione del Consiglio di sicurezza dove ha informato della sua ultima visita in RDC, in Ruanda e in Uganda. Alla stampa, Hervé Ladsous, ha descritto la situazione che prevale a Rutshuru, la zona occupata dal M23. “Gli elementi del M23 sono concentrati in un angolo a est del Kivu, vicino le frontiere del Ruanda e dell’Uganda. Ma è proprio a partire da Rutshuru, dove nel frattempo hanno costituito una amministrazione de facto che controlla la popolazione,e rileva “tasse” sulla circolazione. Ciò è inaccettabile ha dichiarato il segretario. Hanno informato che non sono state registrate delle offensive nel corso delle ultime cinque o sei settimane”. Tuttavia,Hervé Ladsous, ha avvisato che bisogna moltiplicare gli sforzi per consolidare il cessate il fuoco, osservato fin qui sul terreno delle operazioni.
“Chiaramente, la situazione, può cambiare molto rapidamente e in varie direzioni. I ribelli del M23, possono decidere di ritornare alle loro vecchie posizioni a Masisi e successivamente di spostarsi verso Goma, nella zona sud. Ed è per questo motivo, che dobbiamo rendere il nostro impegno, per consolidare la situazione e orientarci verso un ulteriore progresso quando viene indicato “cessate il fuoco”. Questa è la vera priorità”, ha continuato Hervé Ladsous. Per quanto riguarda il mini-summit, sul RDC che il segretario generale dell’ONU ha convocato per  il 27 settembre 2012, a New York, Ladsous ha dichiarato che tre sono le preoccupazioni al centro di questo incontro, al quale i dirigenti dei Grandi Laghi sono stati invitati: “La prima preoccupazione è che la violenza deve cessare nel Kivus, nell’est del RDC. Troppe vittime, troppe sofferenze, molta gente è profuga, ma anche molti sono rifugiati. Basta con questo macabro scenario. Il secondo problema che preoccupa, è la sovranità della Repubblica democratica del Congo che deve essere rispettata.Terza è ultima aggravante bisogna chiaramente ricostruire la fiducia in particolare tra i due vicini, il RDC e il Ruanda” ha reso noto Ladsous.
Contattato dalla BBC, il portavoce del Governo congolese Lambert Mende, ha asserito che L’analisi di Hervé Ladsous, conferma, che il Ruanda tenta di balcanizzare la Repubblica democratica del Congo”. D’altronte, secondo la stessa fonte, il Ministro congolese delle Miniere ha scritto agli Stati Uniti e al Regno Unito allo scopo di invitare le loro imprese a comprare i minerali provenienti dal Ruanda, “che sono nella maggior parte dei casi estratti dal territorio congolese”. Dal suo canto, l’ambasciatore tedesco dell’Onu, Peter Wittig, che presiede al Consiglio di sicurezza, ha spiegato che:  ”I membri del Consiglio di sicurezza sono d’accordo nel considerare che una soluzione politica alla crisi è una priorità assoluta”. “Esprimo la solida volontà di voler rafforzare il dialogo politico e di non voler focalizzare,allo stato attuale, il dibattito sulle sanzioni, e ha continuato affermando che il dialogo, il rinvigorimento della fiducia e della cooperazione tra il Kigali e il Kinshasa sono una necessità urgente per combattere alla radice il conflitto”. Le Forze armate del RDC hanno affrontato negli ultimi mesi i ribelli del M23, i quali rivendicano l’applicazione dell’accordo di pace, firmato a marzo del 2009 tra gli ex ribelli del CNP e il Governo congolese. Il RDC, le NU e l’ONG accusano il Ruanda di sostenere i ribelli. Riuniti al margine del Summit dell’Unione africana, che è stato svolto a giugno del 2012, i capi di Stato dei Grandi Laghi, desiderano spiegare una forza internazionale neutra lungo la frontiera tra il RDC e il Ruanda per combattere i gruppi armati che sono precisamente del M23 e dei FDLR

Senegal – Un Programma di Google accompagna gli universitari


Sabrina Carbone
Dakar
Google ha iniziato un programma destinato ad accompagnare gli universitari nell’uso di Google Apps, una piattaforma di collaborazione e di comunicazione lanciata da questo motore di ricerca per aiutarli soprattutto nello sviluppo della infrastruttura della rete in internet. “L’obiettivo è che gli studenti possono avere accesso a Internet ad alta velocità, liberamente e gratuitamente in quanto le autostrade informatiche, sono di una utilità straordinaria per l’educazione”, spiega la Aps,Titiane Dème, responsabile dell’ufficio di Google in Senegal e incaricata di sviluppare le attività nell’Africa francofona “Questo programma è stato sviluppato da alcuni universitari del Senegal ma anche in collaborazione di 15 universitari provenienti da altre regioni dell’Africa”, informa la signora Dème ai margini della cerimonia ufficiale ‘Giornata di Google’ in Senegal svolta a Place du Souvenir. Questa giornata, chiamata “G-Days” apre un incontro tra Google e la comunità senegalese e tra la stessa comunità e le altre aree dell’Africa, con la partecipazione di 500 studenti al giorno” ha continuato la responsabile. “Il Senegal è il paese, con il maggior numero di presenze di Google nell’Africa francofona, un paese precursore di oltre un titolo. Ed è per questo motivo che Google Senegal attua delle iniziative qui, per poi svilupparle successivamente in tutta la regione” ha concluso la direttrice Titiane Dème

Il COFLEC appoggiato da Habitafrica



Sabrina Carbone
Thiaroye-sur-mer-
Abiboulaye Diouf, Presidente della fondazione “progetti e programmi di Habitafrica”, con sede a Dakar, desidera offrire maggiore supporto, al collettivo di donne che combattono l’immigrazione clandestina, il COFLEC con sede a Thiaroye-sur-mer, nella periferia di Dakar. “La fondazione, desidera, in avvenire, aiutare questo corpo femminile a perennizzare la loro missione, cercando nuovi partners, e combattendo la povertà che vigila in questo Stato “ha commentato nel corso del dibattito alla Aps, il 31 agosto 2012, il Presidente Diouf. Il COFLEC è nato nel 2007 grazie a un gruppo di donne di Thiaroye-sur-mer, che combattono il dramma della immigrazione clandestina, e soprattutto dissuadono migliaia di giovani di questo quartiere di pescatori, sito alla periferia di Dakar, a rinunciare a questa “avventura perniciosa”. Dai dati statistici, forniti dalla associazione, emergono mesti risultati: 156 scomparsi, 374 minatori detenuti nelle carceri, 88 orfani e 210 rimpatriati, dati che risalgono alla ondata di migrazione marittima, di qualche anno fa.
La collaborazione tra l’organizzazione “Habitafrica” e il COFLEC ha avuto il suo debutto in seguito ai funerali delle vittime causate da questo triste ciclone della migrazione clandestina, un dramma che ha fortemente colpito Thiaroye-sur-mer, nel 2006, ricorda Diouf. Successivamente al triste epilogo, le forti braccia femminili, hanno lavorato per la trasformazione dei cereali locali in couscous, la trasformazione di frutta in succhi, la produzione dei legumi, e il sapone a base di burro di karité, l’olio di palma e l’olio di palmisti, e hanno anche arruolato la produzione dei frutti di mare, iniziando così un microbusiness redditizio, a favore dei membri della associazione, ma anche dei giovani rimpatriati e dei trafficanti veterani. Questi prodotti, sono venduti non solo a livello locale, ma anche in Malì, in Italia e negli Stati Uniti, afferma il Presidente del COFLEC, Yayi Bayam Diouf, e rendono circa trentacinque milioni di CFA di fatturato annuo. Dopo cinque anni di intensa attività, il Presidente di Habitafrica considera “positive” le attività di queste donne nella lotta contro l’immigrazione clandestina, marcata da una forte campagna di sensibilizzazione. M.Diouf sottolinea, che il COFLEC, ha incrementato i posti di lavoro, con l’ausilio di alcune unità produttive e di una cassa mutua, come anche la formazione e l’inquadramento di circa 100 donne e di giovani ragazze.





























































































Africa del Sud: Suffragio nazionale ai minatori,nel teatro delle tensioni sociali


Sabrina Carbone
ImmagineNel nord-ovest dell’Africa del Sud, la miniera di Marikana il, 23 agosto del 2012, ha celebrato una cerimonia in suffragio dei minatori che il sedici agosto, ha visto morire 34 minatori freddati dalle armi delle forze dell’ordine. Un braccio di ferro tra i minatori e la direzione. Nel quadro del lutto nazionale, la piazza è diventata un luogo di raccolta. La cerimonia ufficiale, doveva iniziare a fine mattinata del 23 agosto, circa 70.000 persone erano attese, riporta l’agenzia che ha trattato l’argomento dei funerali, e altre commemorazioni sono state organizzate nelle altre quindici miniere della regione. Il Presidente Zuma non era presente. Non sono stati dei funerali collettivi, i corpi delle vittime sono stati resi alle loro famiglie che vivono lontane dalla miniera di Marikana. La maggior parte dei minatori uccisi erano emigranti della provincia del Capo-Orientale a sud del paese. Preghiere e cerimonie saranno emesse a suffragio un pò ovunque nell’Africa del nord. Tutto il paese è ancora sotto chock. A Marikana, la giornata è ancora marcata dalle alte tensioni, in realtà il problema dei salari non è stato ancora regolato e il mugugno sociale è stato esteso in tutta la regione. Il Presidente Zuma ha incontrato gli scioperanti in una atmosfera ostile. Ha sostenuto i minatori assicurandoli di aver ben compreso il problema, ma per molti il suo arrivo è avvenuto in ritardo per impedire la tragedia senza la promessa di un aumento salariale. La presenza di Zuma alla commemorazione non è stata confermata. I nove Ministri incaricati, in seno ad un comitato, di risolvere la crisi, affrontano una situazione di stallo, come anche i leaders religiosi e i capi delle comunità dei dintorni di Marikana. Infine,Julius Malema, il giovane sobillatore escluso dal Congresso nazionale africano,(ANC) prevede di organizzare un’altra cerimonia, sempre a Marikana.

Il Presidente Zuma apre un’inchiesta sulla morte di 34 minatori uccisi dalla polizia durante una manifestazione


Sabrina Carbone
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Sud-Africa – Madri e mogli dei minatori di Marikana, in Sudafrica, hanno aderito alle manifestazioni della miniera di Lonmin, il 16 agosto, ricordiamo che, sono stati uccisi dalla polizia del posto 34 minatori. Le consorti intonano canti di protesta e chiedono agli agenti il motivo di tanta crudeltà compiuta con le carabine automatiche. In seguito agli affronti tra la polizia e i lavoratori nella miniera d’acciaio della compagnia britannica Lanmin a Marikana,a circa 100 km a nordest di Johannesburg, la polizia ha rilasciato un comunicato dove assicura che gli agenti hanno agito “per legittima difesa”. Suona l’allarme in Sudafrica. I partiti politici, i sindacati hanno aperto una inchiesta sull’intervento della polizia, i media e le organizzazioni a difesa dei diritti umani hanno denunciato la mattanza e accusano la polizia di aver reagito sproporzionatamente. Il Presidente sudafricano, Jacob Zuma, rientrato dal Vertice regionale in Mozambico, ha annunciato con tono cupo, una indagine sul “risonante” accaduto. “E’ inaccettabile tutto questo per il nostro paese, dove tutto il mondo è a suo agio, e vanta una democrazia che invidiano a livello mondiale”, ha riferito Zuma prima di aprire l’inchiesta. “Sono sicuro che la commissione d’inchiesta scoprirà la verità e i fatti verranno messi alla luce”. “La vita degli africani è di poco conto come sempre” lamenta nel suo editoriale il periodico “The Swetan”. “E’ già successo prima in questo paese, che il regime dell’apartheid, trattava i negri come oggetti e continua a succedere oggi con una apparente distinta” ha aggiunto il giornale, con sede nel quartiere di Soweto a Johannesburg,conosciuto per le sue proteste contro il Governo razzista che è tramontato nel 1994. Quasi 3000 lavoratori della miniera, il 10 agosto 2012, hanno abbandonato i loro posti per protestare sulle loro condizioni salariali. Dopo il 16 agosto sono stati verificati ulteriori subbugli tra le varie sezioni dei minatori e la sicurezza. Le comparazioni di violenza dello Stato durante l’apartheid sono comuni dopo questi omicidi. “Non è una giusta comparazione” ha affermato Hamadziripi Tamukamoyo,ricercatore nel programma di Crimine e Giustizia dell’Istituto di Studi sulla Sicurezza in Sudafrica(ISS). “E’ stato un incidente e ancora non sappiamo se i minatori erano una minaccia per la polizia”avverte. Comunque questo resta l’avvenimento più violento con il maggior numero di vittime, anticipato negli ultimi mesi dalle proteste nelle cave in Sudafrica. Lo scorso gennaio, 3 persone sono morte in un’altra miniera durante le proteste. Nell’ultimo anno, inoltre, sono state frequenti le manifestazioni civili per carenza di acqua potabile, illuminazione e altri servizi. “Sono esigenze legittime che lo Stato deve fornire”,ha indicato Tamukamoyo. Lo sviluppo sembra beneficiare la minoranza bianca e l’élite nera, mentre sempre più africani scendono in strada per protestare per gli alti livelli di povertà e di disoccupazione, che ufficialmente è del 25% e supera il 50% tra i giovani. Molti credono che la crescita economica del Sudafrica, del 3,1% lo scorso anno, porta beneficio ai pochi bianchi e alla élite nera vicina al potere, mentre la maggior parte della popolazione continua a vivere in povertà. Nel caso attuale, i minatori di Marikana chiedono che il loro salario diviso tra i 4.000 e 5.000 rand sudafricani (pari a 390/490 euro) aumenti a 12.500 (circa 1.220 euro). La maggioranza è rappresentata dalla Associazione dei Minatori e dei Lavoratori dell’Edilizia (AMCU in inglese), un sindacato formato di recente e molto attivo che affronta il maggioritario Sindacato Nazionale dei Minatori del Sudafrica (NUM in inglese), che  ha dominato la scena sindacale negli ultimi 25 anni ed è collegato politicamente con il Congresso Nazionale Africano (ANC in inglese), il partito al Governo del Presidente Jacob Zuma

Sabrina Carbone: Africa del Sud – La Polizia spara sui minatori in sciopero

16 agosto-
ImmagineLa situazione tra la polizia e i minatori scioperanti, della miniera di platino, Lonmin de Marikana in Africa del Sud, è degenerata, secondo un primo bilancio della polizia che ha ricordato la legittima difesa, 34 persone sono state uccise, 78 sono rimaste ferite. Una fonte sindacale ha riportato invece il macabro risultato di 36 morti. La causa è la richiesta di un salario triplicato, passare a 1250 euro. Un centinaio di minatori avevano, la scorsa domenica, aderito ad uno sciopero selvaggio: Rapidamente i due principali sindacati(AMCU e NUM) hanno avuto uno scambio di battute che ha provocato la morte di 10 persone. Un imponente dispositivo della polizia armato e appoggiato ad auto blindate era stato inviato in Piazza. Il 16 agosto, un gruppo di scioperanti armati di machete, randelli e di spranghe di ferro è spuntato da dietro un auto, dopo aver rifiutato di disperdersi, come gli era stato chiesto dalla direzione della miniera, che minacciava di licenziare i recalcitranti. La polizia ha allora aperto il fuoco provocando la morte di numerosi manifestanti. Ricordiamo che le forze dell’ordine avevano negoziato per tre giorni con gli scioperanti, il Ministro della Sicurezza ha deplorato questa esplosione di violenza: “Non bisognava arrivare a questo, abbiamo insistito sulle leggi del Paese, che permettono gli scioperi, e le manifestazioni, e pensiamo non dovevano ignorare i pilastri del nostro sistema. E’ una situazione terribile per tutti! ha dichiarato. La stampa ha condannato un “bagno di sangue”, la polizia si difende ma la stampa non giustifica un “bagno di sangue” (Sowetan), un “campo di morte” (The times) dove, “gli sbirri avevano intenzione di uccidere” (The Star). Per il Business Day, questo dramma ricorda, “i massacri dell’Apartheid”. Dennis Adriao, il portavoce della polizia, ha fatto sapere che i poliziotti non avevano scelta: “LA polizia è stata attaccata vigliaccamente dal gruppo che ha usato varie armi, tra le quali quelle da fuoco. Gli sbirri, per proteggersi in una situazione di leggittima difesa, sono stati obbligati a rispondere con la forza”….la traduzione dell’articolo è conclusa ma vi invito a vedere il video di questo sanguinoso epilogo su Le Figaro in antitesi con quanto viene affermato alla fine

Sabrina Carbone: E’ deceduto il Presidente del Ghana


Ghana-Deceduto il Presidente del Ghana, John Atta Mills, Presidente del Ghana è deceduto. La Direzione di Stato, lo ha reso noto tramite un comunicato. Uno dei suoi collaboratori ha spiegato che la situazione è peggiorata, dopo che Mills ha accusato dei malori durante la notte. Affetto da un cancro alla laringe nelle ultime settimano era affetto da atonia, come racconta la BBC. John Dramami Mahama è il neo Presidente del Paese succeduto a Mills. L’investitura, è avvenuta durante una breve cerimonia, in diretta televisiva, e celebrata in una sessione straordinaria del Parlamento alla presenza dei Deputati, e di vari politici e delle Alte Cariche Amministrative. Durante la funzione Mahama ha chiesto ai membri della Camera “l’unità e la stabilità del Paese” come miglior tributo al suo predecessore. La morte di Mills, è avvenuta mesi prima dalla rielezione del Presidente del Paese dell’Africa Occidentale. Il Ghana, secondo produttore mondiale di cacao, ha incrementato la crescita di due punti nel 2011, e il suo ex Presidente è citato come esempio di democrazia in un Paese turbolento. Mills era alla Presidenza da gennaio 2009, il comunicato emesso dal Capo della direzione di Stato John Henry Martey Newman annuncia con grande dolore l’improvvisa e prematura morte del Capo di Stato. Il testo afferma che Mills è morto all’età di 68 anni, poche ore dopo che si era sentito male senza aggiungere maggiori dettagli. Un collaboratore del Presidente in forma anonima, ha spiegato che il Presidente durante la notte di lunedì si è lamentato di forti dolori e che è morto nel tardo pomeriggio di martedì dopo che le sue condizioni si erano aggravate. Mills ha pilotato lo slancio per la produzione di greggio in Ghana, di ritorno dagli Stati Uniti per controlli clinici era rientrato nel suo Paese da alcune settimane.

Sabrina Carbone: Africa – Tattaguine, lo stato civile, nel programma della celebrazione della giornata del bambino Africano


03112012739-001A Tattaguine è stato lanciato un Forum sulla protezione del bambino. Al centro del dibattito, lo stato civile che costituisce il problema maggiore in questa comunità rurale del dipartimento di Fatck. A Tattaguine  è frequente vedere, un bambino nascere, crescere, andare a scuola e arrivare alla vigilia degli esami senza un estratto di nascita. La situazione preoccupa particolarmente la comunità rurale che ha sollecitato e ottenuto l’aiuto del World Vision. Risultato? una convenzione lega ormai, le due entità. Sabato, 16 giugno 2012, è stata una data simbolica che ha celebrato la giornata del bambino africano, il contenuto del documento è stato oggetto di ricchi scambi nel focolare domestico dei giovani di Tattaguine. L’incontro che ha visto la partecipazione di autorità religiose, capi di villaggio,  associazioni femminili e giovani, è stata una bella occasione per lanciare il Forum sulla protezione del bambino. “E’ incoraggiante vedere questa mattina questo mondo riunito. La battaglia è vinta a metà. Questa forte mobilizzazione dimostra che le popolazioni prendono, lentamente ma seriamente,  coscienza dell’importanza di registrare i bambini all’anagrafe, afferma felice,  Philippe Seck Ngom, Presidente della comunità rurale di Tattaguine. Il Presidente, ha ricordato che il servizio è gratuito e ha sottolineato la disponibilità dell’ufficio anagrafe. Secondo Philippe Seck Ngom, l’estratto di nascita per un bambino significa in qualche modo proteggerlo perchè ciò apre le porte alla scuola e gli permette di fare esami e concorsi. Della stessa opinione è stato  il Capo del Centro di appoggio allo sviluppo locale, CAD. Per Abdourahmane Diop, a Tattaguine c’è una correlazione tra lo Stato civile e gli alti tassi di dispersione e esodo rurale, spiega il Capo del Cad e ha evidenziato una negligenza e una forte mancanza d’informazione dei genitori. M.Diop ha parlato di un “enorme” lavoro di sensibilizzazione che il Consiglio Rurale deve fare nelle popolazioni allo scopo di favorire, un cambiamento di comportamento, Il via di questo Forum è stato messo a profitto per cambiare la scolarizzazione dei bambini, che è un dovere dei genitori  verso i figli,  i quali sono esseri fragili che hanno bisogno di essere amati e protetti. Per ritornare alla Comunità Internazionale che in dedica questi 22 giorni al bambino africano, è stata richiesta la mobilità della Comunità Nazionale sulle problematiche della protezione, del rispetto, della promozione e realizzazione dei diritti dei bambini svantaggiati.

Sabrina Carbone: La Mauritania vince la sua lotta contro la denutrizione infantile


ImmagineNel piccolo ufficio del Dottor Kané Mustafa, responsabile del Programma di Nutrizione al Ministero della Sanità della Mauritana, non c’è niente di lussuoso a parte un mal funzionante sistema di aria condizionata. Sotto una parete sconcia è appeso un vecchio poster dell’Unicef, un computer e una stampante che condividono il loro spazio sulla scrivania dove è posta una pila di informazioni, che descrivono la situazione del Paese. Davanti a questo panorama, nessuno pensa che Mustafa’ e la sua squadra sono stati i protagonisti negli ultimi anni di una delle più importanti storie di successo nella lotta conto la denutrizione infantile. E lui, contribuente spagnolo, ha a che fare con tutto ciò. La Mauritania è la faccia dimenticata della crisi alimentare della quale soffre il Sahel. Sette delle sue regioni, (la maggior parte di loro localizzate a sud del Paese), affrontano una situazione di sfornimento cronico alimentare che minaccia di ipotecare il futuro di tutta una generazione.Tuttavia, la situazione è decisamente migliorata  rispetto a due decenni fa, quando i tassi di denutrizione infantile colpivano un bambino su due nel Paese. La combinazione di misure come l’aumento dell’allattamento materno e l’introduzione di micronutrienti nella dieta alimentare della popolazione più vulnerabile, ha permesso di attaccare alcuni fattori determinanti il problema, spiega Inés Lezama, dell’equipe locale Unicef. La cosa più importante, è che la Mauritania, è stata convertita in un modello di successo grazie alla approvazione dell’iniziativa REACH, che dal 2008 è coordinata dal leader del Governo, e dalle azioni dei principali organismi multilaterali (UNICEF, FAO, OMS, o PMA) e ONG,  organizzazioni  internazionali presenti nel Paese. Questa iniziativa, grazie a  un importante finanziamento della Cooperativa Spagnola per mezzo del Fondo ODM, considera la complessità della lotta contro la denutrizione. I complementi alimentari e l’allattamento materno sono imprescindibili, ma lo sono anche le cliniche delle comunità che aspettano le madri o la formazione di piccoli campi di grano che proteggono le famiglie contro l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari. Risolvere la crisi a breve termine e stabilizzare le basi affinchè questo fenomeno non si espanda ulteriormente in futuro. “Quando partecipiamo alle riunioni internazionali parliamo unicoro” spiega orgoglioso il dottor Mustafa’ ed ha buone ragioni per esserlo. In Mauritania stanno rivalutando il valore insostituibile degli aiuti di qualità. Le agenzie specializzate e il personale locale lavorano con le autorità nazionali per salvare le vite umane e anche quelle future. Se le cose continuano di questo passo nel 2015 potremo adempiere al sogno di aver ridotto  a metà la denutrizione infantile e noi spagnoli possiamo dire che siamo stati partecipi di questo sogno.

Sabrina Carbone: SENEGAL, DISCRIMINAZIONE, ABUSI SESSUALI, DRAMMI CHE I BAMBINI SUBISCONO DALLA SOCIETA’


03112012739-001La città di Guedawaya, celebra, il 16 giugno, la commemorazione del massacro dei bambini sudafricani sotto il regime dell’Aparthaid. La celebrazione è stata stabilita sotto l’egida dei responsabili dell’ONG per fustigare i numerosi drammi che i bambini subiscono dalla società. Discriminazione dei bambini, abusi sessuali, e i drammi che la società causa a questi bambini. La celebrazione della giornata del 16 giugno è l’occasione, per le Organizzazioni non Governative, ONG, che lottano per la promozione dei diritti dei bambini,  per dare maggior eco a questa situazione. L’ONG e l’educazione e lo sviluppo del bambino, EDEN, avevano aperto un dibattito all’epoca di una seduta sulla sensibilizzazione, dal tema: “I diritti  dei bambini e il dovere di promuoverli, proteggerli e rispettarli”. L’Ong ha così interpellato la comunità e le autorità, per meglio prendere in carica la promozione dei diritti di questo strato sociale vulnerabile. Goor Diouf, Presidente dell’Ong e di Eden, ha sottolineato: “abbandonarli, è illegale, inumano” Eden promette, sessioni di formazione destinate agli insegnanti un processo di generalizzazione e di educazione. Dopo Eden, Imam Massamba Diop del “gruppo islamico per la pace” e responsabile dell’Ong Jamra, ha colto l’opportunità della cerimonia per consegnare un premio a una scuola di sanità e denunciare gli abusi sessuali rivolti ai bambini suggerendo l’insegnamento religioso nel sistema educativo secondo la religione alla quale appartengono. “I Media , invece hanno affermato, quando vediamo bambini vittime di pedofilia, abbiamo il cuore ferito. Per porre rimedio a tutto ciò, bisogna accettare l’educazione religiosa nelle scuole. Ai bambini cristiani insegnare il catechismo, e ai giovani musulmani insegnare l’Islam per un ritorno dei valori morali” ha suggerito Imam Massamba Diop.

Sabrina Carbone: Senegal: giornata educativa sul Trattato sulla Schiavitù Transatlantica


03112012739-001Il Collegio Mariama Ba di Gorée ha ospitato, la commemorazione della giornata del Trattato della Schiavitù Transatlantic patrocinata dall’Unesco. Quest’anno, al di là della volontà di perpetuare questa tragedia nella memoria collettiva c’è soprattutto la volontà di sensibilizzare le nuove forme di schiavitù. Parlando di schiavitù transatlantica, questo sistema di sfruttamento dell’uomo, implica lo sdradicamento, la deportazione e l’assoggettamento di milioni di esseri umani e la volontà imprimerlo nella memoria collettiva, e non c’è posto più simbolico dell’isola di Gorée. In quest’isola, la Commissione Nazionale Senegalese per l’Unesco, nel quadro della celebrazione della giornata del Trattato sulla Schiavitù Transatlantica, e in memoria,  ha scelto l’isola e l’aula dell’Istituto Mariama Ba,  simbolo scolastico per eccellenza. In effetti undici anni fa, la Conferenza Mondiale di Durban contro il Razzismo, la Discriminazione Razziale, la Xenofobia, l’Intolleranza ha riconosciuto il commercio degli Schiavi come un crimine contro l’umanità. Da allora non bisogna dimenticare, nè cancellare dalla memoria collettiva il passato. Bisogna restare vigili affinchè ciò non accada più, commenta Yao Ydo, rappresentante dell’Unesco di Breda a questa cerimonia. Massek Birame Seck, consigliere tecnico numero uno del Ministro dell’Istruzione Nazionale, ha accolto la creazione di progetti educativi sul Trattato della schiavitù transatlantica che,”cerca di dare, a questo capitolo della storia, il vero posto che gli spetta nei programmi scolastici, attraverso la rete del sistema di scuole associate all’Unesco, che costituisce un imput per nuovi sviluppi pedagogici, facendo acquisire alle nuove generazioni competenze e buone pratiche che permettono di diffondere il messaggio dell’Unesco: “le guerre nascono nello spirito degli uomini,  e nello spirito degli uomini che devono essere alimentate le difese della pace”. Quest’anno, al di là della volontà di perpetuare il dovere della memoria, l’accento è stato posto sulle nuove forme insidiose di schiavitù che hanno come tema: “schiavitù moderna e educazione civica”, sviluppati da Ibrahima Seck del dipartimento di Storia.
Schiavitù Moderna :
Davanti a un centinaio di alunni provenienti dalle scuole membro della rete di scuole associate all’Unesco del Senegal, M.Seck ha spiegato la scelta del tema, con lo scrupolo di un miglior ancoraggio della schiavitù nelle menti e dimostrare come diceva Voltaire: che questo fenomeno “è più vecchio dell’Umanità”.  ”E’ un fenomeno ricorrente e non è una solo questione di studiarlo sotto il profilo storico. L’interesse sotto il profilo storico serve a regolare i problemi contemporanei. Se è vero che la schiavitù classica (caccia all’uomo, cattura, deportazione e lavoro nelle piantagioni) non esiste più, anche se c’è ancora qualche traccia di resistenza, nel Sudan e in Mauritania, non è meno evidente della schiavitù moderna, delle numerose forme di schiavitù che esistono attualmente ma che sono così insidiose da non riconoscerle. Volendo essere più esplicito, le vittime di questa nuova forma di schiavitù sono quelle persone con un lavoro precario, mal pagate e con 16 ore di lavoro al giorno. Il lavoro minorile con tutte le conseguenze sullo sviluppo fisico e intellettuale, bambini soldato, schiavitù sessuale, in breve tutte le forme di repertorio riconosciute tali dall’Unesco. Sembra strano ma secondo M.Seck, per sdradicare questi fenomeni, non bisogna andare lontano, c’è bisogno di una volontà politica. Secondo M.Seck, Fatou Dramà Niang, capo della divisione al Commissariato Nazionale dell’Unesco e coordinatrice della rete di scuole associate all’Unesco, questa rete che raggruppa più di 150 edifici pubblici e privati che vanno dall’età prescolare all’età secondaria, ha per obiettivo di inculcare ai giovani, i valori umani di equità, i diritti dell’uomo, la giustizia e la pace.

Sabrina Carbone: Tambacounda


03112012739-001La coordinatrice dell’Istituto di Sanità di Riproduzione di Tambacounda, Kadidiatou Ba Sow, ha indicato lo stato di sanità di quei sotto territori della Regione Orientale, dove il tasso di mortalità delle gestanti è superiore alla media nazionale, ed è tra i più elevati di tutto il Paese. 785 decessi su 100.000 nascite contro 401 decessi su 100.000 nascite a livello nazionale. Tambacounda è una delle regioni che ha un tasso di mortalità  materna tra i più elevati, afferma la coordinatrice Sow, e cita uno studio fatto negli anni 2005/2006, dalla cooperativa giapponese, JICA. Le statistiche non attuali, rendono l’idea della situazione di Tambacounda in questo ambito. “Sforzi importanti sono stati fatti negli ultimi anni per ridurre questo tasso di mortalità materna e infantile a livello regionale”. A tal proposito, ha dichiarato ai giornalisti locali e ad altri venuti da Dakar,  nel quadro di una campagna di sensibilizzazione sicura sulla sanità riproduttiva organizzata dalla Associazione per il benessere famigliare, ASBEF, questi sforzi riguardano la formazione di medici competenti in campo ostetrico urgente, SOU, infermieri capo del posto, ICP, e campi ostetrici del campo di base, SOUB. Tra le altre opere realizzate, c’è anche la costruzione di una equipe di campi di blocco, di una equipe  da campo per l’ecografia, anestesiste, aiuto chirurgo, allo scopo di rendere funzionante i blocchi e prendere a carico la gestante. Per la consulenza pre-nascita o CPN è stato stabilito l’obiettivo di tre visite durante il  2002, quando c’era un tasso del parto del 39% contro il 40,3% del 2003 e il 41,3% del 2004, parliamo di parti cesareo. La coordinatrice della Sanità di riproduzione della regione, deplora che quei cesarei non sono stati fatti in maniera continua nei campi di blocco, costruiti. “Ciò è dovuto ai problemi di assunzione del personale” ha spiegato Sow che ha qualificato “molto affidabile” il tasso dell’1,9% dei parti cesareo registrati in questi blocchi nel 2009, aggiungendo che il tasso minimo deve essere del 5%. In questi casi, molte donne rischiano di morire, ma anche i loro bambini. A tal proposito se devono subire un cesareo  e non è possibile effettuarlo subito, alcune donne soffrono e hanno ulteriori complicazioni. Nella peggiore delle ipotesi muoiono in seguito al parto. Riguardo alla pianificazione famigliare, bisogna fare ulteriori sforzi, affinchè il tasso resti affidabile, senza dimenticare la necessità di educare e informare le popolazioni per far loro capire la serietà della loro salute e quella dei loro bambini. Il parto assistito, aveva un tasso del 28,3% nel 2002, contro il 55,5% del 2009 “una buona evoluzione”, afferma la coordinatrice Sow sebbene l’obiettivo da raggiungere è l’80%. La Sow ha menzionato i problemi maggiori a riguardo, che sono riassunti in: insufficienza di personale qualificato, insufficienza di equipes mediche, di materiale e di strutture adeguate, e l’insufficienza di mezzi logistici, lo scarso utilizzo di servizi sanitari per la riproduzione e lo scarso impiego di quei servizi del sistema referenziale e non referenziale. Le difficoltà inglobano la poca collaborazione delle comunità e dei leader nella elaborazione, nell’impiego di programmi sanitari di riproduzione, la mancanza di accesso ad alcuni servizi del SR. In vista di rimediare a questa situazione, Sow, ha fatto una panoplia di raccomandazioni, dovute al rinforzo delle coperture sanitarie delle popolazioni, all’incremento del personale e al miglioramento dei multi settori, attraverso consolidate capacità tecniche, per una continua informazione, la supervisione degli ICP e delle donne inserite come personale addetto. Inoltre, bisogna a tal proposito, rendere più disponibile la logistica, rafforzare l’offerta dei servizi SR mediante le strategie avanzate e migliorare i campi materni e infantili.

Sabrina Carbone: Youssou N’Dour

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Libreville:
Il cantante Senegalese Youssou N’dour, è stato nominato Ministro della Cultura e del Turismo nel nuovo Governo Senegalese formato, il 4 aprile, dal Primo Ministro, Abdoul Mbaye.
E’ la prima volta, che appare nel primo Governo dopo l’era Wade. Il cantante, la cui candidatura alle presidenziali, era stata rifiutata dal Consiglio Costituzionale, è stata ardentemente sostenuta da  Macky Sall mentre visitava i Paesi convincendo gli elettori a votarlo nel secondo turno del 25 marzo del 2012.
Ambasciatore di buona volontà per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, (ONU), per l’alimentazione e l’agricoltura, (FAO), e per l’UNICEF, è stato allo stesso tempo scelto come ambasciatore presso l’Uffico Internazionale del Lavoro. La Fondazione Youssou N’dour3, è nata nel 2000 con l’obiettivo di operare a favore dello sviluppo costante e del diritto infantile e a favore della lotta contro la malaria. Youssou N’dour, è nato a Dakar, il 1 ottobre del 1959, autore e compositore, interprete e musicista senegalese, è stato nominato Ministro della Cultura e del Turismo Senegalese sotto la Presidenza di Macky Sall ad aprile del 2012. Primogenito della sua famiglia, Youssou N’dour è cresciuto nel quartiere di Medina a Dakar. Suo padre, Elimane N’dour, era originario di Sérére, sua madre, Ndeye Sokhna Mboup, era  una marasca originaria di  Toucouleur lingua Wolof. Di religione musulmana, membro della confraternita, Mourida del Senegal, Youssou N’dour e sua moglie, Mami Camara, hanno divorziato ufficialmente dopo 17 anni di matrimonio. Dalla loro unione sono nati 4 bambini: Ndèye, Sokhna,Ségui, Saint-.Louis e Vénus. In gioventù e prima del suo matrimonio con, Mami Camara, Youssou N’dour ha avuto un figlio, Birane e una figlia Thioro, avuti da due precedenti compagne. Attualmente è sposato con, Aida Coulibaly, mulatta di origine senagalo-francese, con la quale ha avuto 2 figli e la Primogenita è stata chiama Marie. Aida Coulibaly è attualmente Presidente della Fondazione Youssou N’dour

Sabrina Carbone: “Wure, Were, Werle”- W3- I giochi salva vita



03112012739-001Senegal: Il gioco salva la vita!
I giochi di società come il Monopoli,lo Scarabeo o il Ludo servono a divertirsi e a rilassarsi.
In un piccolo villaggio senegalese, un nuovo gioco di società aiuta a salvare le vite delle donne in stato di gravidanza. “Wure,Were,Werle” o W3, è un gioco che istruisce sulla gravidanza e sulla maternità senza rischi, ed è stato introdotto nel villaggio di Khombole, sito a più di 65 km a est di Dakar. Un Piano Internazionale, che insieme ad altre organizzazioni e agenzie, ha lo scopo di attirare l’attenzione delle donne sui rischi legati alla sanità materna e infantile. In Senegal la mortalità legata alla gravidanza e alla maternità è di circa 1.200 su 100.000 nascite. Questo forte tasso è dovuto, in parte, l’analfabetismo e la mancanza di informazioni utili soprattutto nelle regioni rurali.
Vincere con la caccia alla cassa di legno:
Nel Centro di Sanità di Khombole, un gruppo di donne, circonda Coura come anche altre giovani madri che fanno parte del programma W3. Ogni carta rappresenta immagini illustrate di carattere culturale, che contengono nozioni culturali e proverbi locali. Facendo sfilare il suo dito lungo la parete tricolore della cassa di legno, Coura spiega: ”Il rosso rappresenta i metodi rivelatori, il verde la soluzione”. Dopo qualche astuzia, Coura riprende la partita e riceve un insieme di biglie verdi che conserva nella cassa di legno. Presentando una carta, la cui figura, rappresenta una pastorella, dice: ”questa figura rappresenta un rischio legato alla taglia della donna. Per esempio, la maternità di una donna di una taglia di 1.5 m è una gravidanza a rischio.
Concepire:
A Khombole per gli abitanti del villaggio è difficile trovare opportunità di lavoro o attività a carattere sociale per l’occupazione. In altri termini l’attività corrente delle donne è ridotta a fare figli. La maggior parte delle donne sono analfabete e completamente a digiuno sulle precauzioni che riguardano la gravidanza e la maternità. Grazie al W3, al Piano Internazionale e a altri organi e enti, queste donne per mezzo dei colori a loro famigliari, come anche i simboli e le immagini trovano l’aiuto per la loro salvezza.
Esercizio per un cambio di vita:
Secondo Coura, non è solo un gioco rilassante, ma un esercizio che cambierà la vita di molte donne. Numerosi sono gli aspetti che riguardano la maternità e la gravidanza, che davo per scontati ma che sono nocivi alla mia salute. Grazie a questo gioco, sono venuta a conoscenza di tutte le nozioni. Sono in grado di portare avanti una gravidanza e di viverla. Il W3, mira a educare le donne di campagna come Coura soggetta ai 24 rischi legati alla maternità e alla gravidanza e riconosciuti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità.
Una Società conservatrice.
Il Senegal è definito come una società conservatrice in seno alla quale le donne, nei numerosi villaggi, non possono parlare apertamente della maternità. Il ruolo del W3 consiste nel fornire alle donne una piattaforma di discussioni e un apprendistato sulla loro maternità e gravidanza per mezzo della simbologia e delle figure al posto delle parole. Secondo i responsabili della sanità di Khombole grazie al W3, numerose donne affrontano la maternità senza rischi. Le madri, diventano sempre più numerose nel centro sanitario per assistere ai servizi di sanità riproduttiva, contrariamente a quanto accadeva nel periodo antecedente al W3. Il desiderio di Coura? vedere espandere questo gioco in tutti i villaggi del Senegal: ”E’un piacere fare questo gioco, salva la nostra vita”. Anche le donne degli altri villaggi devono avere questa formidabile opportunità, afferma Coura raggiante di gioia. Seconda parte di un dittico sopra una campagna di informazione e sensibilizzazione per le donne in stato di gravidanza in Senegal. Prima parte 01 giugno 2011